Capitolo 1 – Luce
“Nooooooooooooooooo!!!”
Eccoci di nuovo. Era successo ancora. Luce era, per l’ennesima volta, in ritardo.
Sentì il suono acuto e fastidioso della sveglia perforarle il cervello, un trillo martellante che sembrava non avere fine. Con un occhio solo aperto, cercò alla cieca di spegnerla, colpendola maldestramente con la mano. Dopo un paio di tentativi falliti, riuscì finalmente a zittire quell’odiosa tortura sonora. Solo allora si rese conto dell’ora.
Le otto e venti.
Un brivido le percorse la schiena. Il che significava che avrebbe dovuto già essere a scuola da venti minuti, seduta sulla sua solita sedia, aspettando l’inizio delle lezioni, annunciato dall’altro suono infernale: la campanella. Le sembrava quasi di sentirla risuonare nelle orecchie, un rintocco insistente che scandiva il tempo perso.
Con un balzo si alzò dal letto, il cuore martellante, e, miracolosamente, evitò di inciampare nei vestiti buttati a terra la sera prima. Una maglia arrotolata e un paio di jeans le fecero quasi perdere l’equilibrio, ma con un’agilità che nemmeno lei sapeva di possedere, riuscì a mantenersi in piedi. Un vero miracolo, considerando che di solito finiva col rotolare sul pavimento e perdere altri preziosi minuti.
La sera prima, infatti, era uscita con gli amici. Sempre gli stessi, da anni. Eppure, ogni volta, stare con loro era una ventata di aria fresca. La solita routine: pub, discoteche, musica alta, risate, drink su drink, balli sfrenati. I neon intermittenti dei locali, il pavimento appiccicoso di qualche drink rovesciato, la folla che si muoveva a ritmo di musica, il sapore pungente del gin tonic sulle labbra.
Aveva fatto le cinque del mattino. Di nuovo.
Per loro, quello era il vero significato della parola “divertirsi”. Niente regole, niente pensieri. Solo il presente, vissuto fino all’ultima goccia di adrenalina.
Ma Luce non era solo questo.
Era una studentessa. Frequentava l’ultimo anno di liceo. O meglio, lo frequentava per la seconda volta. Era stata bocciata. E, secondo lei, ingiustamente.
Era maggio 2003. L’anno scolastico stava per finire, le ultime interrogazioni si susseguivano senza tregua. C’era chi faceva i conti per vedere se poteva considerarsi “salvo”, chi studiava disperatamente per evitare il disastro. Luce? Luce sognava l’estate. La vedeva già: un biglietto Interrail, lo zaino in spalla, l’Europa che scorreva fuori dal finestrino di un treno. Capitale dopo capitale. Le luci di Parigi, le notti infinite di Berlino, le strade di Amsterdam piene di biciclette e di vita. Feste, risate, baci rubati, alcol e libertà.
Ma la vita ha un brutto vizio: non sempre segue i tuoi piani.
Quel periodo per Luce era un inferno. Era stanca, nervosa, arrabbiata col mondo intero. Aveva litigato con amici, famiglia, professori. L’ansia le stringeva lo stomaco, le notti erano insonni, il peso della scuola sulle spalle sempre più insopportabile. E poi, la goccia che fece traboccare il vaso: due interrogazioni. Una in italiano. Una in scienze. Le sue materie preferite.
Un’influenza l’aveva costretta a letto per giorni, febbre alta, forze azzerate. Il termometro segnava sempre 38,5, la gola in fiamme, la testa pesante. Quando tornò a scuola, le restavano ancora le due interrogazioni da recuperare. La professoressa di italiano decise di interrogarla solo sugli ultimi argomenti trattati, quelli che Luce non aveva potuto seguire. Non aveva avuto il tempo di studiarli da sola, non nelle sue condizioni. Cercò di spiegarsi, di ottenere almeno un po’ di comprensione. Ma niente.
Luce aveva un carattere forte. Non le stavano bene certe ingiustizie.
Scoppiò.
E se c’era una cosa che gli insegnanti non tolleravano, era quando uno studente si ribellava. Non importava se avesse ragione. Non importava se per quattro anni aveva studiato, se le sue medie erano sempre state buone.
Luce era marchiata.
E non si fermò lì.
Anche la professoressa di scienze non l’aveva mai trattata in modo equo. Preconcetti, preferenze, voti dati più per simpatia che per merito. Luce aveva resistito a lungo. Troppo a lungo.
Fino a quando non sbottò anche con lei.
E quello fu l’inizio della fine.
Ora era di nuovo in ritardo, di nuovo con il fiatone mentre correva per le strade della città, i capelli ancora umidi, lo zaino afferrato all’ultimo secondo. La campanella aveva già suonato da un pezzo, e lei sapeva già cosa l’aspettava appena varcata la soglia.
Un’interrogazione.
In italiano, tra l’altro.
Ma questa volta, non le importava.
Durante l’anno aveva ottenuto tutte sufficienze, e l’esame le sembrava una formalità. Sapeva già che ce l’avrebbe fatta. Nonostante tutto.
E così fu.
Capitolo 2 – Cielo sonoro
Ore 21.43
Dopo una giornata passata all’insegna del cazzeggio, tra shopping sfrenato, esse emme esse e giri in motorino, Luce era tornata a casa distrutta. Aveva appena finito di cenare con i suoi genitori, in una di quelle serate in cui il silenzio riempiva la stanza come una nebbia densa. Si scambiavano qualche sguardo fugace, poi abbassavano gli occhi sui piatti. Era una routine ormai consolidata, un gioco di equilibri che nessuno osava spezzare.
C’era una sorta di muro tra Luce e i suoi genitori, una distanza invisibile ma incolmabile, fatta di differenze generazionali e aspettative non corrisposte. Suo padre, Mario, era un importante imprenditore nel settore tecnologico, sempre in viaggio per lavoro. Guadagnava molto, ma il prezzo da pagare era alto: stress, assenze, la sensazione costante di non vivere veramente la propria vita. A volte parlava di mollare tutto, di prendersi un anno sabbatico, ma poi non lo faceva mai. Silvia, la madre di Luce, era casalinga, immersa in una vita di agi e solitudine. Aveva tutto ciò che si poteva desiderare, tranne il marito accanto a sé.
Vivevano in una grande metropoli, in una villa con piscina, campi da tennis, ogni comfort immaginabile. Una gabbia dorata, che Luce riempiva con feste leggendarie.
Uscita dalla doccia, infilò un paio di jeans a vita bassa, larghi di due taglie, e una maglietta con le maniche strappate su cui aveva disegnato un angelo, il suo portafortuna. Legò i capelli con un elastico azzurro, mise un filo di trucco e uscì di casa. Alle 22.28 incontrò il suo gruppo di amici. Erano sette, inseparabili da sempre, complici di mille avventure. Insieme avevano vissuto le prime sbronze, i primi amori, le prime notti fuori casa. Con loro si sentiva al sicuro.
“E stasera che si fa?” chiese quasi ingenuamente Fra. “Fra mi deludi! Come cosa si fa? Il solito no? Casino, ballare, in giro, bere, festa… che domande che fai!” Luce sì, era davvero contenta.
Ma alla fine, nonostante le feste su feste, a loro bastava davvero poco per divertirsi; bastava loro farsi un po’ di sane risate, magari alle spalle di qualche loro conoscente non troppo simpatico…
Il loro posto preferito era però il “Cielo Sonoro”: un locale bellissimo e all’ultima moda, un vero e proprio tempio della musica e della notte. L’ingresso era maestoso, decorato con led scintillanti che cambiavano colore a tempo di musica, creando un effetto ipnotico. Superato l’ingresso, si accedeva alla sala principale, una gigantesca pista da ballo con un soffitto altissimo, da cui pendevano lampadari moderni, iridescenti, che rifrangevano le luci colorate in un turbinio di bagliori psichedelici. I dj più famosi si alternavano su una consolle sopraelevata, incorniciata da maxischermi che proiettavano visual futuristiche e immagini caleidoscopiche.
Nei corridoi laterali, illuminati da neon blu e viola, si trovavano le altre aree: una saletta relax, dove la musica era tenuta a un volume più basso e si poteva riposare su divanetti in velluto, immersi in un’atmosfera soffusa e raffinata. C’era poi la zona artistica, uno spazio intimo illuminato solo da candele blu, dove giovani talenti si esprimevano con pennellate su tele improvvisate o scrivevano poesie su taccuini consumati. Qui si respirava un’aria diversa, più calma, quasi onirica.
Luce però non si era mai interessata a tutto ciò, a quelli che chiamavano “artisti”. Non le importavano quelle cose… erano solo una perdita di tempo. Nella vita, diceva, l’importante era divertirsi, e non perdere tempo con quelle sciocchezze.
La serata, comunque, procedeva per il meglio. C’era un sacco di gente… e Luce non aveva perso l’occasione per scatenarsi in pista con Mia, Raffa e Fra. Avevano anche messo una delle sue canzoni preferite: Sweet dreams, degli Eurythmics.
Sweet dreams are made of this Who am I to disagree? I travel the world And the seven seas– Everybody’s looking for something. Some of them want to use you Some of them want to get used by you Some of them want to abuse you Some of them want to be abused.
(Hold your head up–Keep your head up—movin’ on)
All’improvviso, un ragazzo si avvicinò a Luce, inclinando leggermente la testa mentre la osservava ballare.
“Ehi, vieni a fare un giro nell’altra sala?!”
Non aspettava davvero una risposta. Continuando a muoversi a ritmo di musica, le prese la mano con un gesto naturale, quasi spontaneo, e la guidò verso la saletta relax. L’aria lì era più tranquilla, meno soffocante rispetto alla pista affollata. La luce soffusa creava un’atmosfera più intima. Si sedettero su un divanetto in pelle, vicini, le ginocchia quasi a sfiorarsi.
Cominciarono a parlare, senza fretta. Lui era poco più grande di lei, ventitré anni, studiava ingegneria e quella sera festeggiava un 30 e lode a un esame con alcuni amici. Rideva spesso, con un sorriso aperto e sicuro, mentre Luce, più riservata, si limitava ad annuire, lasciando che fosse lui a tenere viva la conversazione. Non aveva troppa voglia di parlare, sentiva un leggero senso di estraneità, come se fosse presente solo a metà.
La musica in sottofondo era ovattata, un brusio costante che riempiva gli spazi vuoti tra le loro parole. A un certo punto, i loro sguardi si incrociarono e rimasero così, immobili per qualche istante. Poi, senza pensarci troppo, si baciarono. Fu un bacio veloce, quasi rubato, un contatto leggero ma intenso.
Dopo pochi secondi, Luce si scostò. Si alzò di scatto, il cuore che le batteva più forte del previsto.
“Dove vai?” chiese lui, afferrandole la mano.
“Torno a ballare.”
Si allontanò senza voltarsi indietro, lasciandolo lì, un po’ sorpreso.
Tornata dalle sue amiche, i loro sguardi curiosi la scrutarono subito.
“Allora? Com’è andata?” chiese Raffa con un sorrisetto malizioso.
Luce scrollò le spalle. “Niente di che.”
Era stata una cosa fugace, un momento che già scivolava via. Un ragazzo come tanti, niente che valesse la pena ricordare troppo a lungo.
“Ma non riesci proprio a trovare qualcuno che ti piaccia davvero, eh?” insistette Raffa.
Luce sospirò, stanca di quel genere di discorsi. Non aveva voglia di dare spiegazioni, non più. In quel periodo voleva solo divertirsi, vivere tutto con leggerezza, senza complicazioni. E non ci vedeva nulla di sbagliato.
Le quattro del mattino erano passate da un pezzo quando le ragazze uscirono dal locale. L’aria fresca della notte le investì, un piacevole contrasto con il caldo soffocante della pista da ballo. Si strinsero nei loro giubbotti leggeri, ridendo sottovoce mentre aspettavano i ragazzi per tornare a casa tutti insieme, come facevano sempre.
Ma Tony, Luca e Alex erano ancora dentro, probabilmente troppo impegnati a provarci con qualche povera ragazza da essersi completamente dimenticati di loro.
“Lasciamo perdere, torniamo a piedi.” propose Mia.
Il locale non era lontano dal loro quartiere, e una passeggiata notturna non poteva che fare bene. Così si incamminarono, chiacchierando piano, con il passo lento di chi non ha fretta di far finire la serata.
Luce si sentiva elettrica, un misto di stanchezza e felicità che le scorreva sottopelle. Continuava a dire alle altre quanto fosse grata di averle incontrate. Il loro rapporto era cresciuto piano piano, costruito nel tempo, e ora erano inseparabili. C’era qualcosa di magico in quella loro amicizia, un legame che sembrava inattaccabile.
“Ciao ragazze, sono arrivata. Buonanotte.”
Fu la prima a rientrare. Appena entrata in camera, si lasciò cadere sul letto, esausta ma col sorriso sulle labbra. Chiuse gli occhi, già pronta – o quasi – ad affrontare un nuovo, lunghissimo giorno di scuola. Un altro maledetto giorno di scuola.
[Un mese dopo…]
“Sìììììììììììì! Mamma mia, è finita! Non ci posso credere!”
Le urla di Luce riecheggiavano nell’aria. Lacrime di gioia le solcavano il viso. Nessuno avrebbe mai potuto capire davvero la prigione che aveva vissuto negli anni del liceo. Ma ora era libera. Finalmente libera di godersi le meritate vacanze.
Non era uscita con un voto eccellente, ma poco importava. Non credeva che un numero definisse il suo valore o il suo futuro. Prendere 100 sarebbe stato sicuramente gratificante, ma alla fine, il voto non cambiava chi era. La vera sfida era stata con se stessa, e da questo punto di vista, sapeva di aver vinto.
“Mia, sono davvero contenta che sia finita… anche se, a dire il vero, un po’ mi spaventa. Dopo l’estate potremmo perderci di vista, prendere strade diverse… Forse non sarà mai più come adesso. E questa idea mi fa paura.”
Mia le strinse una mano. “Ma che dici, Luce? Continueremo a frequentarci e a sentirci. Che senso avrebbe altrimenti?”
“Lo so, hai ragione… Ma con l’università, i nuovi impegni… tutto cambierà. Boh, ho questa strana sensazione. Meglio non pensarci adesso.”
E così, senza troppi dubbi, decisero di affittare una casa al mare per un mese intero. Forse sarebbe stata l’ultima estate tutti insieme. O forse no. Ma in quel momento, l’unica cosa che contava era vivere ogni istante fino in fondo.
Capitolo 3 – Esplosione del mondo
Settembre
L’estate era ormai alle spalle. Luce e i suoi amici erano tornati dalle vacanze, con la testa ancora piena di ricordi. Era stato un periodo intenso, spensierato. Ma ora bisognava guardare avanti, fare delle scelte.
Luce sapeva già cosa voleva: l’università non era nei suoi piani. Preferiva buttarsi nel mondo del lavoro, magari in un locale. Quel mondo le apparteneva, lo sentiva suo. E se fosse riuscita a guadagnarci qualcosa, tanto meglio.
Ma la vita ha un modo tutto suo di scombinare i piani. A volte bastano pochi istanti per ribaltare ogni certezza.
“Luce, tesoro, siediti. Io e tuo padre dobbiamo parlarti.”
Sua madre aveva il viso teso, lo sguardo sfuggente. Suo padre sembrava persino più nervoso.
“Abbiamo riflettuto a lungo, cercato alternative… Ma non abbiamo scelta. Quello che stiamo per dirti non ti farà piacere, ma spero che con il tempo riuscirai ad accettarlo.”
Il cuore di Luce accelerò.
“Io non ce la faccio più” sbottò suo padre, abbassando lo sguardo. “Il lavoro mi sta distruggendo. Sono stanco, svuotato. E posso permettermi di fermarmi per un po’…”
La frase rimase sospesa, incompleta. Luce lo fissava, confusa.
“Abbiamo deciso di trasferirci.”
Il sangue le si gelò nelle vene.
“Andiamo via da qui, lontano dal caos, dal rumore, dall’inquinamento. Abbiamo trovato una casa in campagna, sulle rive di un fiume. L’abbiamo comprata.”
Sua madre stava per aggiungere altro, ma Luce si era già alzata di scatto. Il cuore le martellava nel petto, le lacrime le offuscavano la vista.
No. Non poteva essere vero.
Uscì di casa, correndo.
“Abbiamo bisogno di riposo.”
Ma a lei chi ci pensava?
“Vaffanculo.”
Correva a perdifiato, ignorando tutto il resto. Doveva parlare con i suoi amici. Loro l’avrebbero capita. Loro erano la sua famiglia.
Arrivò a casa di Tony, dove c’erano anche Mia, Raffa e Alex.
“Luce, che diavolo succede? Perché stai piangendo?”
Lei cercò di riprendere fiato, ma la disperazione le si era incastrata in gola.
“Ragazzi, è successo qualcosa di assurdo. Chiamate anche gli altri. Devo dirvelo tutti insieme. Vi prego.”
Fra e Luca arrivarono pochi minuti dopo, preoccupati.
“Luce, ci spieghi cosa sta succedendo?”
Lei inspirò a fondo, poi esplose.
“Domani parto.”
Un silenzio gelido calò nella stanza.
“I miei hanno deciso di trasferirsi. Una fottuta decisione presa da loro, senza neanche chiedermi cosa ne pensassi. Dicono che sono stanchi, che vogliono staccare. Ma io? Io non conto un cazzo?”
I suoi amici la circondarono, stringendola in un abbraccio carico di rabbia e impotenza.
“Ragazzi, vi prego. Se questa è la mia ultima sera qui, dobbiamo andare al Cielo Sonoro e scatenarci. Voglio ballare fino a non sentire più niente. Voglio ubriacarmi. Voglio dimenticare.”
E così fecero.
Fu una notte intensa, carica di emozioni. Un’ultima notte da vivere fino all’ultimo respiro. Ma il tempo, crudele, scivolò via in un lampo.
Alle prime luci dell’alba, il momento dell’addio era arrivato.
“Ciao ragazzi. Spero che non sia un addio. Vi voglio bene.”
“Anche noi, Luce. E ti prego… cerca di reagire.”
Quando rientrò a casa, trovò i genitori intenti a sistemare gli scatoloni.
“Signorina, non credi sia un po’ tardi per tornare?” disse sua madre, senza nemmeno voltarsi. “Vai a preparare le tue cose. Dopo pranzo si parte.”
“Sì, mamma.”
Luce salì in camera e sbatté la porta con forza.
“VAFFANCULOOO!”
Era finita.
Aveva perso.
Dopo ore di viaggio, la macchina si fermò davanti a quella che sarebbe stata la loro nuova casa. Una villa antica, immersa nel verde. Un portico imponente, tre piani, un camino enorme.
Tutto bellissimo. Ma per Luce era solo una prigione.
Sua madre la guardò con un sorriso incerto. “Ti piace?”
Luce incrociò le braccia, lo sguardo di ghiaccio. “No. Mi fa schifo.”
Come era prevedibile, Luce non aveva ancora digerito tutta questa faccenda. La rabbia, il dolore, la frustrazione: tutto le si agitava dentro come un uragano senza tregua. I suoi genitori l’avevano strappata via dalla sua vita, dai suoi amici, da tutto ciò che conosceva e amava. E per cosa? Per il loro benessere. Per il loro desiderio di pace. Ma la sua pace? La sua felicità? Sembrava non contare nulla.
Il pensiero la faceva ribollire. Aveva urlato, aveva pianto, aveva cercato di opporsi. Ma era servito a qualcosa? No. Non aveva avuto scelta, non le era stato concesso nemmeno il diritto di esprimersi davvero. Era stata trascinata via come una valigia troppo pesante da portare, come un oggetto ingombrante da sistemare in un angolo.
Entrò in quella che sarebbe diventata la sua camera senza neanche guardarsi intorno. Le pareti erano spoglie, fredde. Un letto, un armadio, una scrivania. Niente che avesse un’anima, niente che le appartenesse davvero.
Si lasciò cadere sul materasso, il viso affondato nel cuscino, e le lacrime iniziarono a scendere senza controllo.
Singhiozzava, senza nemmeno provare a trattenersi. Il suo respiro era spezzato, il petto le faceva male. Si sentiva svuotata, persa. Il silenzio attorno a lei era assordante, pesante come un macigno.
A casa sua, nella sua vera casa, avrebbe sentito il suono del traffico in lontananza, le voci dei vicini, il rumore familiare della vita che scorreva. Qui c’era solo il vento che soffiava tra gli alberi, il fruscio delle foglie, il rumore ovattato dell’acqua del fiume poco distante. Un suono che avrebbe potuto essere rilassante, se solo non fosse stata così arrabbiata, così disperata.
Le mancavano i suoi amici. Cosa stavano facendo in quel momento? Avevano già iniziato a scriverle messaggi? O forse si stavano abituando alla sua assenza, come se non fosse mai stata davvero parte di loro? Il pensiero la fece tremare.
Si sentiva sola. Maledettamente sola.
Eppure, da qualche parte, in un angolo remoto della sua mente, una piccola voce cercava di farsi strada tra il dolore: E se invece qui potesse accadere qualcosa di inaspettato?
Luce soffocò un altro singhiozzo e scosse la testa con rabbia. No, non voleva pensarci. Non voleva accettare nulla.
Per ora c’era solo il vuoto. E lei, sprofondata in esso.
Capitolo 4 – Ricordo di un’estate
“Mare, stiamo arrivandoooo!”
Le loro voci si mescolavano al vento caldo mentre il pullmino sfrecciava lungo la strada costiera, con i finestrini abbassati e la musica a tutto volume. L’aria profumava di salsedine, di libertà, di promesse non dette. L’estate era finalmente loro, e nessuno avrebbe potuto portargliela via.
Dopo un anno di obblighi, sveglie assassine e giornate trascorse tra libri e noia, finalmente potevano respirare. Essere padroni del loro tempo. Niente più schemi, niente più orari, solo giorni e notti da riempire di risate, sregolatezza e momenti che sarebbero diventati ricordi indelebili.
[Se solo avessero saputo che quella sarebbe stata la loro ultima estate insieme, forse non se ne sarebbero mai andati.]
Le giornate scorrevano lente e perfette. Si svegliavano quando il sole era già alto, senza il suono odioso della sveglia a strapparli dai sogni. Si trascinavano fuori dai letti disfatti, ancora spettinati e con la pelle che odorava di mare e di sale della notte precedente. Indossavano il minimo indispensabile e scendevano in spiaggia, tra risate, spinte e giochi stupidi.
Sole.
Calore sulla pelle.
Onde che si frantumavano sulla battigia.
Granelli di sabbia che si attaccavano ovunque.
Musica che rimbalzava tra i chioschi.
Baci rubati tra un tuffo e l’altro.
Di giorno erano figli del mare. Di notte, creature della festa.
Ogni sera un locale diverso, una pista nuova, nuovi volti che si confondevano tra fiumi di cocktail e luci stroboscopiche. Ballavano fino a perdere il fiato, fino a sentire le gambe cedere, fino a dimenticare ogni preoccupazione. E quando non avevano voglia di perdersi tra la folla, c’era sempre la spiaggia.
Quelle erano le notti più belle. Nelle nottate di “ordinaria follia” si ritrovavano sulla sabbia, con bottiglie di alcol rubate da qualche festa e una vecchia cassa bluetooth che gracchiava le loro canzoni preferite. Sdraiati con gli occhi puntati al cielo, ridevano, parlavano, si perdevano in discorsi profondi che il giorno dopo sarebbero svaniti con l’alba. Si tuffavano in mare a mezzanotte, gridando, sfidandosi a chi resisteva di più nell’acqua fredda. E lì, sotto le stelle, si sentivano immortali.
Ma niente era paragonabile alla notte di Ferragosto.
“Allora ragazzi, si fa il falò stasera, vero?!” aveva chiesto Luce con gli occhi che brillavano di eccitazione.
Aspettava quella sera da mesi. Ferragosto era la notte della libertà assoluta, del divertimento senza limiti. Il mare si riempiva di fiamme danzanti, la spiaggia diventava un mondo a parte, un luogo dove tutto era possibile.
“Certo.” Tony le aveva lanciato un sorriso complice. “Alex, Luce ed io andiamo a prendere il posto, altrimenti rischiamo di restare senza. Voi raggiungeteci dopo e iniziate a scavare, che mica faremo tutto noi!”
Luce rise. Non aveva intenzione di stare con le mani in mano. Quella notte doveva essere perfetta.
E così la giornata passò tra la ricerca della legna, la costruzione del falò, gli scherzi stupidi e le birre calde bevute direttamente dalle bottiglie. Quando il sole iniziò a calare, l’adrenalina era già alle stelle.
E poi… la magia.
La spiaggia si era trasformata in un universo parallelo. Il buio era spezzato da decine di falò sparsi ovunque, lingue di fuoco che illuminavano volti felici, bottiglie che brillavano alla luce della fiamma, corpi che si muovevano al ritmo della musica.
Luce si alzò in piedi e alzò il bicchiere. “Un brindisi alla nostra amicizia, che spero durerà per sempre, e alla libertà di divertirci!”
Cin cin.
Gocce d’alcol che bruciavano la gola.
Risate sguaiate.
Occhi lucidi, ma felici.
E poi via, verso il mare.
“Ragazze, tutti in acqua!” gridò Tony.
“Sì, ma solo se tutti nudi!” lo provocò Raffa ridendo.
Tony alzò un sopracciglio e si tolse la maglietta. “Era sottinteso.”
E allora via i vestiti, lanciati ovunque, persi tra la sabbia. Si presero per mano e corsero nell’acqua, ridendo, inciampando, schizzandosi.
Chiunque li avesse visti, avrebbe capito che quello non era solo un gruppo di amici. Erano una famiglia. Di quelle che non si spezzano, di quelle che ti porti dentro per sempre.
Bottiglie passate di mano in mano.
Scherzi senza senso.
Baci improvvisi.
Libertà assoluta.
Era la loro estate.
Luce si rigirò nel letto, il cuscino bagnato dalle lacrime. Piangeva il ricordo di un’estate che non sarebbe mai più tornata.
Quella libertà, quella gioia, le sembravano ormai irraggiungibili, lontane anni luce. Ora si trovava in un posto che non le apparteneva, circondata da un silenzio che non la faceva sentire serena, ma prigioniera.
Le mancava il rumore del mare, il calore della sabbia sotto i piedi, le risate dei suoi amici.
Si sentiva soffocare. Come se qualcuno le avesse messo addosso una camicia di forza invisibile.
Si strinse le ginocchia al petto, singhiozzando piano.
Forse non c’era più nulla da fare. Forse tutto era già finito.
Eppure, mentre il sonno la trascinava via, una piccola voce dentro di lei sussurrò:
“E se non fosse davvero finita?”
Capitolo 5 – Il nuovo sole
Era mattina, e Luce si svegliò con il canto degli usignoli. Aprì gli occhi lentamente, infastidita. Prima la sveglia, ora questi maledetti uccelli. Non c’era proprio scampo.
Si tirò su a fatica, la testa ancora pesante per la notte trascorsa a piangere. Si trascinò in bagno e si guardò allo specchio. Il suo riflesso non era rassicurante: occhi gonfi, segni scuri sotto le palpebre, la pelle spenta. L’immagine perfetta della tristezza. Inspirò profondamente.
“Sembri quasi serena.”
No, non era serenità. Forse solo rassegnazione.
Scese le scale lentamente. Quando i suoi genitori la videro comparire sulla soglia della cucina, si scambiarono un’occhiata rapida, carica di preoccupazione. Ma non dissero nulla. Avevano altro a cui pensare, mille cose da sistemare nella loro nuova casa. Sembrava che il loro unico obiettivo fosse quello di chiudere in fretta i lavori, come se tutto il resto non avesse importanza.
Luce si infilò le scarpe ed uscì senza nemmeno salutarli.
Aria fresca. Silenzio. Troppo silenzio.
Si guardò intorno. Il paesaggio davanti a lei sembrava irreale, come se fosse stata catapultata in un quadro di un pittore sconosciuto: alberi imponenti che si estendevano all’infinito, montagne labirintiche che si perdevano nel cielo. Nessuna strada trafficata, nessun rumore di clacson, nessuna insegna al neon. Solo natura, ovunque.
Eppure, niente di tutto ciò la faceva sentire a casa.
Aveva trascorso vent’anni in città. Era cresciuta con il suono dei tram che sferragliavano sui binari, con il ritmo frenetico delle persone che correvano da una parte all’altra, con la luce dei semafori che si rifletteva sulle vetrine dei negozi. Era normale sentirsi sradicata, persa in un mondo che non le apparteneva.
Ci vorrà del tempo.
Dal portico notò, più in basso, un fiume che scorreva placido tra le rocce, serpeggiando nel verde come un nastro argentato. E poco più avanti, un’altra casa. Qualcuno ci abitava?
“Magari un bel ragazzo…” pensò distrattamente, poi scosse la testa con forza.
“Oddio, ma cosa sto pensando? Non me ne frega niente di questa gente. Non ho nulla in comune con loro. Non voglio averci a che fare. Che potrei mai condividere con questi contadini?!”
Era arrabbiata. Con chi? Con i suoi genitori, con sé stessa, con quel posto che sembrava soffocarla.
Luce si sedette sul gradino di pietra e si strinse le ginocchia al petto.
Non aveva intenzione di fare nulla quell’anno. Niente università, niente lavoro. Il potere dei soldi. Non aveva bisogno di altro. Ma cosa significava essere ricchi in un posto come quello? Che valore avevano i soldi in mezzo ai boschi, dove la gente si sporcava le mani per vivere?
[Sarebbe bello se tutti capissero quanto sono fortunati, solo per il fatto di esistere. Solo per il semplice fatto di respirare in questo labirinto di vita.]
Sospirò e decise di esplorare un po’ il suo “nuovo mondo”.
Si incamminò lungo il sentiero che costeggiava il fiume. L’acqua scorreva limpida, i sassi sotto la superficie brillavano sotto i raggi del sole. Il vento sussurrava tra le foglie, il profumo di terra e muschio si mescolava all’aria frizzante del mattino.
Ma no. Non le faceva alcun effetto.
Poi, all’improvviso, una voce la fece sobbalzare.
“Ehi! Ciao! Chi sei?”
Si voltò di scatto. Un ragazzo, poco più grande di lei, le si era parato davanti con un’espressione curiosa. Vestiva in modo semplice: jeans consumati, una maglietta bianca e scarpe sporche di fango. Gli occhi color nocciola erano illuminati da un’energia che Luce non capiva.
“Ah… ciao.” esitò, incrociando le braccia. “Sono Luce. Mi sono appena trasferita qui. Purtroppo.”
Lui la fissò per un secondo e poi scoppiò a ridere, scuotendo la testa.
“Purtroppo?! E perché?” fece un passo avanti. “Ah, già. Ho capito. Sei la tipica ragazzina viziata di città, vero? Abituata al lusso, alle comodità, a non muovere un dito perché tanto c’è sempre qualcuno che lo fa per te. Complimenti! E questo lo chiami vivere?”
Luce rimase impietrita.
“Ti do un consiglio: cerca di abituarti in fretta. Qui nessuno starà a compatirti. E soprattutto, non aspettarti che qualcuno ti porti il fazzoletto per asciugarti le lacrime.”
Fece per andarsene, poi si fermò un attimo e aggiunse, con un sorriso sarcastico:
“Ah, comunque mi chiamo Teo. Piacere.”
E se ne andò.
Luce sentì il sangue ribollirle nelle vene. Ma chi si credeva di essere?!
“Oh, ma senti questo! Contadinotto arrogante!” sbottò, ma lui era già troppo lontano per sentirla.
Si passò una mano tra i capelli, frustrata.
“Oddio, ma ci mancava pure il vicino stronzo ed antipatico Sempre peggio, Luce. Sempre peggio.”
Teo, in effetti, era stato brusco. Ma forse Luce se lo meritava un po’.
Dopotutto, lui amava quel posto. Era casa sua.
Era nato lì, cresciuto tra i boschi, con il fiume che gli faceva da compagno di giochi, con il cielo che ogni sera gli regalava tramonti mozzafiato. Per lui la natura era tutto. Era il suo rifugio, la sua libertà.
E quando aveva visto quella ragazza dagli occhi pieni di rabbia, incapace di vedere la bellezza che lo circondava, aveva sentito il bisogno di difendere il suo mondo.
Nessuno avrebbe mai dovuto portarglielo via.
Per lui, vivere lì era un privilegio. Un pezzo di paradiso scampato alla distruzione delle città, dove tutto veniva sacrificato in nome del progresso. Dove contava solo avere soldi, potere, successo.
Teo non era un ragazzo qualunque, era diverso dagli altri.
Mentre molti suoi coetanei sognavano di andarsene, di cercare fortuna altrove, lui non aveva mai desiderato lasciare quel posto. Non riusciva nemmeno a immaginare di vivere altrove. Per lui, la natura non era solo un contorno, era casa, rifugio, ispirazione.
Era nato e cresciuto lì, in quella valle verde e silenziosa, dove ogni cosa aveva un’anima: il fiume che scorreva lento, gli alberi che si piegavano al vento, il cielo che di notte si riempiva di stelle così luminose da sembrare dipinte.
Suo padre gli aveva insegnato a rispettare la terra.
A piantare alberi, a riconoscere le tracce degli animali nel bosco, a capire il linguaggio del vento. Non era mai stato un uomo di molte parole, ma il suo amore per la natura si rifletteva nei suoi gesti, nella cura con cui sfiorava le foglie, nel silenzio con cui ascoltava il canto degli uccelli.
Sua madre, invece, era diversa.
Più irrequieta, con un’anima nomade. Era cresciuta in città, come Luce, ma a un certo punto aveva scelto di andarsene, di cercare qualcosa di più vero. Era lei ad avergli trasmesso la passione per l’arte. Dipingeva ogni giorno, tele enormi piene di colori, paesaggi che sembravano respirare. Quando era piccolo, gli lasciava i pennelli in mano e lo lasciava sporcare le pareti con i suoi disegni. “Ogni spazio vuoto è una tela,” gli diceva sempre.
Ma poi se n’era andata.
Era successo all’improvviso, una mattina d’inverno. Una valigia pronta sulla porta, un biglietto sul tavolo. Nessuna spiegazione. Nessun addio.
Teo aveva 13 anni.
Da allora, aveva imparato a cavarsela da solo. Suo padre si chiudeva nel silenzio e lavorava nei campi senza mai parlare di lei. Lui, invece, aveva trovato rifugio nelle sue tele, nei suoi taccuini pieni di parole, nei sentieri nascosti del bosco.
Scriveva, dipingeva.
Era il suo modo di urlare al mondo senza fare rumore.
Ma non tutti capivano.
In paese lo consideravano strano. “Quel ragazzo che passa le ore a disegnare vicino al fiume, invece di lavorare come si deve.” Non gli importava. Gli bastava il vento tra i capelli, l’odore dell’acqua, i colori che nascevano sotto i suoi pennelli.
E poi era arrivata lei.
Luce.
Una ragazza di città, con gli occhi pieni di malinconia e la bocca sempre pronta a lamentarsi. Aveva capito subito il tipo. Una che pensava di essere superiore solo perché veniva da un posto con più cemento che alberi.
E questo lo faceva infuriare.
Perché non riusciva a capire? Perché non vedeva la bellezza di quel posto?
Era l’unica cosa che gli era rimasta. E lui l’avrebbe difesa a ogni costo.
Teo scriveva sempre.
Ma era nelle giornate di pioggia che le parole sembravano sgorgare più limpide, come se ogni goccia che cadeva sulla terra riuscisse a sciogliere i suoi pensieri e trasformarli in inchiostro. La pioggia era la sua musa, il suo rifugio, il suo specchio. Ne amava il suono, il profumo che sprigionava tra gli alberi, il modo in cui danzava sul fiume. Aveva riempito pagine su pagine su di essa, come se solo attraverso la pioggia potesse davvero esprimere tutto sé stesso.
La pioggia e la mia anima
La pioggia.
Cos’è la pioggia?
Un battito incancellabile, un’emozione che si riversa dal cielo.
È ambigua:
- La pioggia è malinconia…
Piccole lacrime cadono dalle nuvole, piangono senza un motivo preciso, ininterrottamente. Osservandole dalla finestra, sembra che il mondo intero trattenga il respiro. - Ma la pioggia è anche fantasia…
Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare. Ascolto il suo canto, respiro il suo profumo, mi abbandono a questo angelo caduto dal cielo.
Vorrei essere dentro una goccia di pioggia.
Vedere il mondo dall’alto, librarmi nel vento, sfiorare la terra con delicatezza prima di scomparire.
Vorrei essere amico della pioggia.
Vorrei poterla comandare.
Vorrei correre in un prato fiorito mentre cade dal cielo, farmi avvolgere dalla sua energia, diventare un tutt’uno con lei e toccare l’immortalità.
Vorrei la pioggia.
Vorrei essere la pioggia.
Ho bisogno delle sue gocce per sopravvivere, per placare la mia sete di vita, la mia fame di riscatto. Ma la pioggia ha un lato oscuro… è imprevedibile, nessuno sa quando finirà o se lo farà mai. Siamo tutti nelle sue mani.
Eppure, la pioggia ha il potere di far rinascere ciò che sembrava perduto.
“Amore mio, guarda il cielo… Contale, le gocce di pioggia, se vuoi conoscere la misura del mio amore. Anche se siamo lontani, le stesse gocce cadranno su di noi nello stesso istante. Riflettiamoci nel loro bagliore, immergiamoci nella loro anima. La pioggia ci riporterà insieme. Lasciamoci bagnare, lasciamoci cullare, così da poterci ritrovare ancora una volta.”
Un giorno d’aprile
Me ne sto affacciato alla finestra, in un giorno d’aprile… uno di quei giorni tipici, in cui la pioggia cade senza sosta, infinita. E mi sento triste, ma al tempo stesso vivo. È uno dei fenomeni più affascinanti e più odiati dell’universo.
La pioggia è libertà.
Quando piove, le strade si svuotano e io posso osservare il mondo senza ostacoli. Posso perdermi nel suo grigio senza che nessuno mi trovi.
La pioggia è l’anima di tutti i pensieri e, come tale, custodisce segreti inimmaginabili. Sarebbe bello poter essere dentro ogni goccia, esplorarne il mistero.
Chissà cosa pensa la pioggia di noi.
Chissà se ride delle piccole creature che siamo, se ci osserva con compassione o con indifferenza. Chissà se il suo mondo è migliore del nostro…
Troppe domande. E solo la pioggia potrebbe rispondere.
Ma io so che la pioggia si può innamorare.
Le sue gocce amano il sole, e quando si incontrano nasce l’arcobaleno: il loro modo di sfiorarsi, di fondersi per un attimo in un’esplosione di colori. La pioggia regala al sole le sue lacrime, e lui, in cambio, la fa brillare.
La mia aurora infernale
La pioggia è un suono infinito che danza dentro di me.
È il ritmo delle mie lacrime, l’energia degli angeli dispersi, il lamento delle nuvole.
Circonda ogni cosa, avvolge ogni angolo del mondo nel suo respiro.
La pioggia è il pianeta dei ricordi.
Il suo suono inconfondibile, il suo profumo incantevole riportano alla mente tutto ciò che è stato e che non mi abbandonerà mai.
La pioggia è la mia aurora infernale.
Questo era Teo, nei suoi giorni di pioggia. Questo era ciò che scriveva, mentre il mondo fuori si confondeva con il rumore dell’acqua.
Capitolo 6 – Sere malinconiche (pace)
Non era un bel periodo per Luce. Ogni giornata sembrava trascinarsi con una lentezza esasperante, sospesa tra la noia e una sottile malinconia che le stringeva il petto. Il trasferimento l’aveva allontanata dai suoi amici, dal suo mondo, dalle sue certezze. Pensare a loro le faceva male, eppure non poteva evitarlo. Li vedeva nelle foto sul telefono, nelle conversazioni rimaste a metà, nei ricordi che riaffioravano senza preavviso. Cresciuti insieme, inseparabili, ogni momento era stato condiviso, e ora la loro vita continuava senza di lei. Si sarebbero abituati alla sua assenza, ne era certa. Dopo il primo momento di sconforto, avrebbero ripreso a uscire, a ridere, a divertirsi… come se nulla fosse cambiato.
Ma per lei era diverso. Lei era sola.
Un bussare improvviso alla porta interruppe il silenzio della casa.
La madre di Luce andò ad aprire e si trovò davanti un ragazzo con un piccolo cesto tra le mani.
«Salve, signora. I miei genitori mi hanno chiesto di portarvi questo regalo di benvenuto. Sono prodotti fatti da noi. Spero che vi troverete bene qui… è un posto magico, pieno di profumi, suoni e libertà.»
La donna sorrise, sorpresa da tanta gentilezza. «Che pensiero carino! Ma… hai già conosciuto nostra figlia?»
Teo esitò un istante, poi annuì. «Sì, Luce… Ci siamo visti di sfuggita ieri.» Un leggero imbarazzo attraversò il suo volto. «Ora devo andare, mi spiace. Saluti Luce da parte mia. Arrivederci!»
Non passò molto prima che la madre di Luce facesse irruzione in camera sua, con l’entusiasmo di chi aveva una notizia importante.
«Ehi, Luce! Una sorpresa per te. Il nostro vicino, Teo, ti manda i suoi saluti. Ci ha portato un cesto di benvenuto con dei prodotti fatti in casa, davvero un pensiero carino.»
Luce non sollevò nemmeno lo sguardo. «Oh, che ca-ri-no…» rispose con un’ironia tagliente, mentre giocherellava con le cuffie tra le mani.
Sua madre sospirò. «Tesoro, devi cercare di abituarti. Più ti chiudi in te stessa, più sarà difficile. Questo è il nostro nuovo inizio, ed è meglio se cerchi di adattarti il prima possibile.»
«Sì, mamma, sì. Ciao eh.»
Non c’era voglia di discutere in quella risposta, solo stanchezza. Luce accese lo stereo e si lasciò cadere sul letto. La musica riempì la stanza e, come se fosse stata una coincidenza perfetta, partì proprio quella canzone. Sweet Dreams.
«Magari facessi davvero dei dolci sogni… Questa vita sta diventando un incubo.»
Le lacrime premettero agli angoli degli occhi, ma questa volta non le lasciò scendere. Dopo qualche minuto, il sonno la avvolse.
Il mattino successivo si svegliò con una strana sensazione addosso. Era più leggera, come se una parte della tristezza si fosse sciolta nel sonno. Si alzò con più energia del solito, stiracchiandosi prima di raggiungere la cucina.
«Buongiorno.»
«Buongiorno a te, cara.» Suo padre la osservò con un misto di sorpresa e sollievo. «Hai dormito bene?»
Luce si sedette, versandosi un succo d’arancia. «Pare di sì, stranamente.»
Sua madre colse subito l’occasione. «Senti, potresti andare dai vicini a ringraziarli per il regalo? Sarebbe un bel gesto.»
Un attimo di panico.
[No no no, cavoli. Questo proprio no.]
Eppure, ciò che uscì dalla sua bocca fu: «Sì, mamma. Tra poco vado.»
Mentre finiva la colazione, si rese conto di quanto fosse strano quel semplice scambio di battute. Non si riconosceva. Qualcosa dentro di lei stava cambiando?
«Teo, puoi andare tu? Sono sotto la doccia!» gridò la madre di Teo dal bagno.
Lui si avviò svogliatamente verso la porta e l’aprì.
«Chi è?» chiese senza guardare.
«Mannaggia, ma non potevi startene a dormire un altro po’?», rispose una voce familiare.
Teo alzò lo sguardo, sorpreso. «Oh, sei tu! Buongiorno, Luce. Come stai?»
Lei incrociò le braccia. «Sicuramente stavo meglio prima.»
Ma poi sorrise. Un sorriso sincero, anche se appena accennato.
«Comunque, sono venuta a ringraziarvi per ieri. I miei genitori hanno apprezzato molto il pensiero e sperano di conoscervi presto.»
«Bene, riferirò. Ma senti…» Teo la scrutò per un attimo, come se stesse valutando qualcosa. «Cosa fai oggi? Immagino sarai impegnatissima…» Disse con un sorriso divertito. «Ti va di fare un giro per i boschi? Oppure sei ancora troppo amareggiata per le cose che ti ho detto l’altro giorno?»
Luce alzò un sopracciglio. «Aspetta… è un invito?» Fece un’espressione teatralmente sorpresa. «Ma che onore! Non vedevo l’ora, davvero. Ci credi, no?»
Teo rise. «Beh, allora? Vieni?»
Lei sbuffò, fingendo di pensarci su. «Dato che, ahimè, non ho proprio nulla da fare… passa da me alle tre e poi andiamo.»
Teo fece un gesto teatrale con la mano. «Sapevo che avresti ceduto al mio fascino.»
«Sì, ovvio, certo.» Ironizzò Luce. «A dopo, Teo.»
«A dopo, Luce.»
Qualcosa era cambiato.
Forse una semplice notte di sonno, forse una piccola scintilla dentro di lei.
Forse, poco alla volta, Luce stava iniziando ad accettare quel posto. Forse non era ancora pronta ad ammetterlo, ma per la prima volta da settimane, sentì che la giornata non sarebbe stata solo un’altra giornata da sopportare.
Capitolo 7 – L’isola che non c’è
Teo, puntualissimo come al solito, arrivò per prendere Luce.
“Seguimi e non fare storie,” disse con tono deciso.
[Eh, certo, dove vuoi che vada?] pensò Luce, senza dire una parola.
“Posso dirti una cosa? Sai cosa non sopporto delle persone come te, Luce?” Teo proseguì senza aspettare una risposta. “Non riuscite mai a fermarvi, a sentire la voce dei silenzi. Forse non capisci nemmeno di cosa parlo, ma presto, più di quanto pensi, imparerai ad ascoltare il suono della tua anima, le tue emozioni. È una cosa straordinaria, lo capirai. Ora è difficile da comprendere, ma succederà, ne sono certo. Voi siete troppo presi dalla vita frenetica delle città, dove ormai tutto è artificiale, dove la natura non ha più spazio. Ecco, è proprio questo il motivo per cui penso che il nostro mondo sia destinato all’autodistruzione. L’uomo ha abusato della Terra, l’ha ferita troppo e continuerà a farlo. Ma qui… qui è diverso. Prova a guardarti intorno. Cosa vedi? Bellezza. Il sole, le nuvole, le foglie… i fiori… senti il loro profumo? Vieni…”
Luce lo seguì senza dire nulla, più che sorpresa, perplessa.
Varcarono la soglia di un bosco, attraversando un piccolo fiume. Il paesaggio era incredibile, i raggi del sole filtravano tra le fronde degli alberi, creando un gioco di luci che rendeva tutto quasi irreale.
“Questo è il mio Giardino Segreto,” disse Teo, come se stesse svelando un tesoro. “Quando sono triste, o quando ho bisogno di rifugiarmi, vengo qui. A volte dipingo, altre volte scrivo. La natura mi ispira, mi dà la pace che non trovo da nessun’altra parte.”
“Davvero dipingi?” chiese Luce, quasi stupita.
“Certo. È una delle mie tante passioni,” rispose Teo, sorridendo con un pizzico di compiacimento.
Luce non sembrò particolarmente sorpresa. Forse, in fondo, Teo era tutto ciò che lei aveva sempre criticato, o meglio, ciò che aveva sempre rifiutato.
“Posso confessarti una cosa anch’io?” cominciò Luce, dopo una breve pausa. “Sinceramente, ho sempre odiato quel mondo degli ‘artisti’. L’ho sempre visto come un rifugio per chi non sa fare nulla di concreto, per chi perde tempo in cose inutili. Quando vivevo in città, c’era un locale che adoravo, con una saletta riservata solo agli artisti, illuminata da candele blu. Ti dirò, non ci sono mai entrata. Non mi interessava nemmeno. Non mi piace quel mondo, lo trovo finto, troppo lontano dalla realtà. Forse sono prevenuta, ma è così. Sono cresciuta in un ambiente diverso, più… pratico. Non ho mai imparato ad ascoltare i silenzi, come dici tu. Però, mi rendo conto che questo è il tuo mondo, non il mio. Eppure, mentre parlavi, ho sentito qualcosa. Come se qualcosa si fosse sbloccato dentro di me, come un ingranaggio che improvvisamente ha iniziato a girare. Mi sono venuti i brividi, mi sono sentita… diversa. Non so come spiegarlo. È come se qualcosa in me fosse cambiato, come se la Luce che c’era prima fosse più lontana.”
Teo sorrise, soddisfatto. “Mi fa piacere sentirlo. Avevo immaginato che sarebbe successo. Lo avevo visto nei tuoi occhi ieri. È il potere della natura, vedrai. Presto accadranno altre cose, strane e meravigliose. Te lo assicuro.”
Teo lo sapeva. La trasformazione era già in atto. Ognuno di noi possiede una sensibilità nascosta, pronta a venire alla luce. Ma ci vuole tempo, pazienza, e un po’ di magia per risvegliare quella parte di noi. Solo il tempo lo permette.
Il sole stava tramontando e Luce non si era nemmeno accorta di quanto tempo fosse passato. Era come se il mondo intorno a lei fosse fermo, sospeso in un’atmosfera di tranquillità.
“Ti accompagno a casa, è tardi. Oggi abbiamo fatto abbastanza,” disse Teo, sorridendo soddisfatto.
“Ecco, grazie davvero. Stranamente, mi sono divertita. Buonanotte,” rispose Luce, senza crederci troppo, ma con un sorriso che non aveva mai avuto prima.
“Anche io. Alla fine, non sei proprio la ragazza superficiale e viziata che pensavo,” aggiunse Teo, con un tono più morbido.
Luce sorrise ancora, mentre chiudeva la porta dietro di sé. Teo, invece, si sentiva appagato. Sapeva che questo incontro era solo l’inizio.
Quella notte, quando tornò a casa, si sdraiò sul letto, gli occhi rivolti al soffitto. Nella sua mente, le note di una vecchia canzone che aveva amato tanto, lo accompagnarono mentre si perdeva nei suoi pensieri.
EMOZIONI – Lucio Battisti
Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
ritrovarsi a volare
e sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare
un sottile dispiacere
E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire
dove il sole va a dormire
Domandarsi perchè quando cade la tristezza
in fondo al cuore
come la neve non fa rumore
e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte
per vedere
se è poi è tanto difficile morire
E stringere le mani per fermare
qualcosa che
è dentro me
ma nella mente tua non c’è
Capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni.
Uscir dalla brughiera di mattina
dove non si vede ad un passo
per ritrovar se stesso
Parlar del più e del meno con un pescatore
per ore ed ore
per non sentir che dentro qualcosa muore
E ricoprir di terra una piantina verde
sperando possa
nascere un giorno una rosa rossa
E prendere a pugni un uomo solo
perchè è stato un pò scortese
sapendo che quel che brucia non son le offese
e chiudere gli occhi per fermare
qualcosa che
è dentro me
ma nella mente tua non c’è
Capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni.
Ripensava ai momenti vissuti poche ore prima, e un sorriso si affacciava sulle sue labbra, mentre una sensazione di felicità lo avvolgeva in modo quasi incredibile. Era felice, davvero felice. La serenità che aveva provato quel giorno sembrava ancora persistere, come un eco dolce che risuonava nel profondo. I suoi pensieri si intrecciavano, rivivendo ogni parola, ogni sguardo, ogni piccolo gesto. Era come se quel giorno avesse finalmente trovato un pezzo di sé che pensava di aver perduto.
Nel frattempo, Luce stava seduta alla finestra, immobile. I suoi occhi erano fissi oltre il vetro, persi in un paesaggio che sembrava sfumare nell’oscurità della sera. Cosa stava guardando? Sembrava cercare qualcosa, come se volesse scrutare l’orizzonte per scoprire ciò che non poteva essere visto. Guardava l’infinito, non solo con gli occhi, ma con qualcosa di più profondo. La sua mente vagava lontano, senza confini, in cerca di risposte, di nuove risposte che solo quel momento, in quel luogo, potevano offrirle. Il mondo intorno a lei sembrava immobile, ma dentro di sé stava vivendo un cambiamento silenzioso e potente, come un fiume che scorre sotto la superficie.
Luce non lo sapeva, ma quel guardare l’infinito era l’inizio di una nuova comprensione. Un passo che la stava conducendo, senza che lei potesse fermarlo, verso una verità che avrebbe cambiato per sempre il modo in cui vedeva se stessa, gli altri, e il mondo intero.
Capitolo 8 – Girasoli incantati
Era arrivato un nuovo giorno, e Luce si era svegliata con un sorriso inconsapevole, come se ogni pensiero fosse stato scacciato dal calore di un raggio di sole che filtrava dalla finestra. Si sentiva leggera, diversa. Così diversa che aveva deciso di uscire senza nemmeno concedersi il lusso di una colazione, un rituale che fino a poco tempo prima le sembrava imprescindibile. L’idea di passeggiare nel bosco, di respirare aria fresca, la spingeva a camminare a passo spedito, con un’improvvisa impazienza. I colori della mattina erano incredibili: il verde intenso degli alberi, l’azzurro del cielo, e la luce che giocava tra le foglie. Tutto sembrava più affascinante, più vivo, persino per lei, che solitamente non si lasciava catturare facilmente.
A un tratto, da lontano, scorse Teo. Era lì, tra gli alberi, come se stesse aspettando proprio lei. Luce si fermò un attimo, incerta su cosa stesse accadendo, ma poi il suo cuore accelerò.
“Ciao Luce, buongiorno!” gridò Teo, la sua voce che sembrava portare con sé una sorta di energia che Luce non riusciva a ignorare.
“E tu come mai sei già in giro?” gli chiese, un po’ sorpresa.
“Mi alzo sempre presto,” rispose Teo, con un sorriso che sembrava illuminare la sua intera esistenza. “Non voglio sprecare neanche un minuto della giornata. Oggi avevo una sorpresa per te. Voglio portarti in un posto magico, oltre il bosco.”
“E allora, cosa aspetti?” rispose Luce, decisa, quasi impaziente, mentre gli allungava la mano senza pensarci. “Andiamo!”
Attraversarono insieme il bosco, il passo di Teo che sembrava guidarla come se conoscesse ogni angolo di quel mondo. Poi superarono un ultimo cespuglio e Luce si fermò di colpo, il cuore che le batteva più forte.
Di fronte a lei si apriva una distesa infinita di girasoli, enormi e meravigliosi, che sembravano estendersi all’orizzonte senza fine. I loro petali dorati brillavano sotto il sole, e ogni fiore era rivolto verso di esso, come se ogni singolo girasole stesse partecipando a una danza segreta di luce e vita. Luce provò un brivido lungo la schiena, il cuore che batteva più forte mentre fissava quel panorama che sembrava provenire da un sogno.
“È stupendo…” sussurrò, senza riuscire a staccare gli occhi da quello spettacolo.
“Lo so,” rispose Teo, con un sorriso che parlava di una conoscenza che andava oltre le parole.
“Non pensavo fosse così… magico. Li avevo visti nelle foto, ma vederli dal vivo è un’altra cosa. Sento… una calma. È come se il mondo, per un attimo, fosse più semplice, più pulito. Mi sento meglio,” disse Luce, con una voce che tradiva una piccola scoperta dentro di sé.
“Vieni, andiamo…” Teo la prese delicatamente per mano e insieme si avventurarono tra i girasoli, correndo, ridendo, come se non ci fosse niente altro al mondo. Si sentivano liberi, lontani dalla frenesia della vita quotidiana, come se il tempo si fosse fermato per loro, sospeso in quel momento perfetto. I girasoli li circondavano, sembravano osservarli, quasi a volerli accogliere, mentre la luce del sole li avvolgeva in un abbraccio caldo e dorato.
Teo, in silenzio, guardava Luce, pensando a ciò che aveva appena detto.
“Guarda i girasoli,” disse, quasi a bassa voce. “Loro sì che sanno come vivere. Non hanno paura di seguire la luce, di andare verso ciò che li nutre. E noi? Dovremmo fare lo stesso. Dovremmo cercare sempre la nostra luce, quello che ci fa sentire vivi, quello che ci fa tremare il cuore. La vita è troppo breve per perderla a inseguire ciò che non ci rende felici.”
Luce lo guardò, come se quelle parole stessero penetrando nel profondo di lei, come se si stesse rendendo conto di qualcosa di nuovo, di fondamentale.
“Grazie, davvero,” disse poi, la voce tremante. “Non avrei mai pensato che un posto come questo potesse farmi sentire così. È come se avessi dimenticato tutto il resto. Non ti immagini nemmeno quanto io sia stata male prima, quanto mi sentissi persa. E tu… tu mi hai fatto vedere questo nuovo mondo. Mi hai aperto gli occhi. Non mi è mai successo di sentirmi così… così libera. Così diversa.”
Si sdraiarono sull’erba, vicini, ma senza parlare, come se il silenzio fosse diventato parte di loro, quasi sacro. Il cielo sopra di loro sembrava infinito, come un dipinto che cambiava lentamente, mescolando azzurro e sfumature di rosa e oro, quasi fosse un riflesso dei loro cuori che battevano all’unisono, anche senza parole. Un’immobilità sospesa regnava intorno, ma in quel preciso istante, la natura sembrava respirare con loro.
E fu allora che due farfalle apparvero, fluttuando leggiadre nell’aria. Il loro volo non era casuale, ma una danza elegante, una coreografia che sembrava scritta da qualcosa di più grande, come se stessero celebrando quel momento di connessione che stava accadendo tra i due ragazzi. Le ali vibravano sottili, cangianti, risplendendo di riflessi iridescenti sotto la luce del sole, quasi a tracciare il contorno di un sogno. Si inseguivano, volteggiando senza fretta, come se non ci fosse altro al mondo se non quell’attimo perfetto. Ogni battito di ali sembrava suonare un’eco di libertà, come se il vento stesso avesse preso forma e danzasse insieme a loro.
Luce, rapita da quella visione, sussurrò, come se le parole dovessero essere delicate, per non interrompere l’incanto: “Guarda… sono così belle. Sembrano inseguirsi, come se non ci fosse altro al mondo che stare insieme, in quel volo senza meta, in quella danza che nessun ostacolo può fermare.” La sua voce tremava, non tanto per il freddo, ma per la meraviglia che quelle farfalle suscitavano dentro di lei, per quella bellezza che sembrava impossibile da catturare completamente, ma che riusciva, in qualche modo, a risvegliare una parte di sé che nemmeno sapeva di avere.
Si girò verso Teo, il cuore che palpitava per una sensazione che non riusciva a spiegare. “Vorrei essere una farfalla… volare come loro, senza catene, senza limiti. Vedere il mondo da un’altra prospettiva… poter scivolare tra l’aria, lontano da tutto ciò che trattiene, essere finalmente libera.” Le sue parole sembravano non solo un desiderio, ma un sogno che stava prendendo forma, come se il volo delle farfalle fosse diventato un simbolo di quella libertà che finalmente riusciva a toccare, che da tempo sentiva di dover scoprire, ma che solo in quel momento, tra quelle ali leggere, aveva davvero compreso.
Le farfalle continuavano a danzare, a fluttuare nell’aria, ma per Luce, in quel momento, erano più che semplici insetti. Erano la manifestazione di tutto ciò che stava accadendo dentro di lei, il segno tangibile che la sua trasformazione era in atto. E Teo, accanto a lei, senza dire una parola, guardava quelle farfalle, consapevole che quello che stava succedendo non era solo un momento di bellezza, ma un passaggio, una metamorfosi che, come le ali di una farfalla, la stava portando in un posto nuovo, dentro e fuori di sé.
Teo la osservò, lo sguardo dolce ma pieno di una riflessione silenziosa. Era come se quella Luce, finalmente libera da tutte le sue incertezze, stesse diventando la risposta che cercava, la parte mancante del suo mondo.
“Dai, Luce, andiamo,” disse, con un sorriso che non nascondeva una sottile emozione. “La giornata non è finita. Ci sono ancora tanti posti da scoprire, tante cose da vivere. Seguimi!”
E Luce lo seguì, senza esitare, come se ormai si fosse lasciata alle spalle ogni dubbio, ogni paura. Non aveva più bisogno di pensare, di analizzare, di chiedersi se fosse giusto o sbagliato. Si fidava di Teo, di quel mondo nuovo che lui le stava mostrando. Il tempo sembrava non esistere più per loro. Era come se avessero trovato una bolla di eternità, un rifugio dove erano davvero loro stessi.
Ormai era passato mezzogiorno, ma nemmeno se ne accorsero. Il pranzo, i doveri, il mondo esterno… tutto era lontano, come un sogno che non voleva risvegliarsi. Correva il sole, correva il vento, e i due ragazzi si rincorrevano, ridevano, giocavano, vivendo un momento di pura spensieratezza, come se la vita fosse quella.
La trasformazione era ormai in atto, silenziosa ma inesorabile, e il cambiamento di Luce era quasi completo. La ragazza che era arrivata quel giorno, chiusa e incerta, era già un ricordo. Ora c’era solo Luce, quella che sapeva finalmente cosa voleva, e quel ragazzo che l’aveva condotta alla luce di un mondo nuovo.
Capitolo 9 – Segreto (stelle sognatrici)
“Prova a prendermi, Luce, se ci riesci… muovitiiiiiiiiiiiii!”
“Arrivoooooo!!! Guarda che non puoi più sfuggirmi!”
La risata di Teo echeggiava tra gli alberi, si mescolava con il rumore dei rami che si muovevano nel vento, creando una melodia vivace. Luce lo inseguiva, il cuore che batteva più forte, l’aria fresca della mattina che le accarezzava il volto. Non c’era niente di più naturale, niente che potesse farla sentire più viva di quel momento.
“Eccomi!” disse finalmente Teo, fermandosi davanti a un gigantesco albero, il suo tronco nodoso che si alzava verso il cielo. Ma non era questo a colpire Luce. No, ciò che catturò il suo sguardo era la casetta costruita con amore e dedizione, abbarbicata tra i rami più alti, che sembrava sospesa nel nulla. Una casa tra le nuvole, proprio come quelle che aveva visto nei film d’infanzia, un sogno che diventava realtà. Teo l’aveva costruita da solo, anni prima, e ora, con gli occhi pieni di orgoglio, le indicava quella che, per lui, rappresentava la sua oasi personale. La sua creazione.
Luce non riusciva a pronunciare parola. Il cuore le batteva forte, e non riusciva a credere che esistessero persone come lui. Così semplici, così straordinarie.
“Vieni, saliamo”, disse Teo, il sorriso che brillava nel suo volto.
Luce lo seguì, arrampicandosi con un po’ di fatica, ma una volta in cima… il mondo che la circondava cambiò. Quello che si trovava di fronte non era solo una casa tra gli alberi, ma una piccola oasi di pace, un angolo di mondo protetto da tutto e tutti. Le lacrime iniziarono a farsi strada nei suoi occhi, un’emozione così grande da non trovare parole per esprimerla.
“Ti piace?” chiese Teo, la voce che tradiva un pizzico di paura, come se aspettasse una risposta che potesse confermare ciò che aveva fatto.
“E’ il paradiso…” sussurrò Luce, senza riuscire a fermare una lacrima che scivolava lentamente sul suo viso. Quella lacrima parlava più di mille parole. La sua mente era sconvolta dalla bellezza di quel momento, dalla sorpresa di trovarsi in un luogo che sembrava uscito da un sogno.
“Vedi, allora, che provi qualcosa?” Teo la guardò con uno sguardo penetrante, come se cercasse di leggere ogni più piccolo movimento nei suoi occhi. “Ti ricordi quando mi parlavi del tuo locale preferito, quello che dicevi di amare, dove ti sentivi davvero te stessa? Quella stanza degli artisti, con tutte quelle candele blu, che dicevi essere l’unico posto in cui ti sembrava di poter respirare davvero… E ricordi quando mi avevi detto che non ci saresti mai entrata? Che era un mondo che non ti apparteneva, un mondo che consideravi inutile, fatto di cose che non ti interessavano?”
Teo fece una pausa, lasciando che le parole penetrassero nel silenzio tra loro. Luce lo guardava, un’espressione indecifrabile sul volto, mentre il cuore le batteva sempre più forte.
“Beh,” continuò lui, un sorriso nascosto sulle labbra, “ho preso tutto quello che mi hai detto come una sfida. Come una promessa non solo di scoprire quel mondo, ma di costruirne uno tutto nostro. E guarda dove siamo ora, Luce. Eccoci qui.”
Le parole di Teo risuonarono nell’aria, come se fossero il ponte tra i loro mondi, tra il passato e il presente. Ogni angolo della casa sull’albero, con le candele blu che danzavano con la luce del crepuscolo, sembrava rispondere a quel “mondo inutile” che Luce aveva sempre considerato lontano. Teo non solo l’aveva portata lì, ma l’aveva fatta sentire parte di qualcosa che andava oltre ciò che lei pensava fosse importante. Era riuscito a trasformare quella sfida in una realtà che parlava di emozioni, di libertà, di un legame che nessuna barriera avrebbe potuto fermare.
“Non so… come ci sei riuscito? Hai creato tutto questo per me? È incredibile, Teo…”
Teo la guardò intensamente, il cuore che gli batteva nel petto come un tamburo. “In realtà, l’ho fatto per noi.”
Si avvicinò a lei, e senza dire altro, le prese la mano, la stringeva con delicatezza, e la baciò. Quell’attimo di intimità, così semplice e così pieno di significato, era ciò che aveva desiderato fin dal primo momento in cui l’aveva incontrata. Quell’emozione, quel bacio, era più che un gesto: era la promessa di un legame che nessuna forza al mondo sarebbe riuscita a spezzare.
Il pomeriggio passò lentamente, come sospeso nel tempo. Si abbandonarono al silenzio, cullati solo dai suoni della natura che li circondava, ogni respiro, ogni gesto, più profondo, più vero. Era come se finalmente fossero riusciti a trovare l’uno nell’altro ciò che da tempo cercavano: libertà, amore, un angolo sicuro dove potersi perdere.
La sera calò lentamente, ma i ragazzi non avevano alcuna intenzione di andare via. Erano troppo immersi nella loro felicità, nel mondo che avevano costruito insieme. Si sdraiarono sul tappeto di erba che circondava la casetta, guardando il cielo sopra di loro. Le stelle iniziavano a punteggiare il cielo di piccole luci brillanti, come se stessero aspettando che i loro cuori si unissero ancora di più.
Le stelle
Così lontane da noi,
eppure così vicine
al nostro cuore.
Sono il desiderio
dei nostri sogni.
Illuminano,
brillano,
e muoiono.
Quel che ne rimane
è una lunga scia,
un ricordo che non svanisce.
L’ultimo desiderio
di noi mortali.
In quel momento, una stella cadente attraversò il cielo, e Luce e Teo si guardarono negli occhi. Nei loro sguardi c’era un’intensità che parlava di sogni condivisi, di emozioni che li univano in modo profondo. Il loro cuore sembrava battere all’unisono. Senza dire nulla, si scambiarono un altro bacio, questa volta più intenso, più desiderato. Si amavano come non avevano mai amato nessuno. Si amavano perché erano finalmente liberi, perché avevano trovato l’uno nell’altro qualcosa di raro e prezioso: la bellezza di essere veramente se stessi, senza paura, senza limiti.
Era passato un anno da quando Luce e la sua famiglia si erano trasferiti in quel piccolo angolo di mondo, dove la natura sembrava respirare al ritmo del cuore. Un anno, che nella realtà dei fatti era trascorso come una corrente impetuosa, rapido e inesorabile. Ma Luce non vedeva quel tempo come qualcosa di sfuggente; al contrario, ogni giorno trascorso con Teo aveva un valore profondo, quasi sacro. Ogni risata, ogni silenzio condiviso, ogni passeggiata nel bosco o sotto il cielo stellato era diventato una parte di lei, un frammento di felicità che non avrebbe mai potuto dimenticare.
Le loro giornate, intrise di momenti semplici ma intensi, avevano tessuto una tela di ricordi preziosi. Si svegliavano al mattino presto, quando la luce del sole filtrava ancora timida tra gli alberi, e partivano insieme per scoprire nuovi angoli nascosti, nuovi sentieri che li portavano più vicini l’uno all’altra. C’era una magia nell’aria, come se l’universo stesso fosse testimone del loro legame, e ogni passo che facevano nel mondo sembrava una promessa, una conferma che insieme avrebbero potuto superare qualsiasi cosa.
Si erano raccontati storie che nessuno prima aveva ascoltato, si erano donati parole che solo il cuore poteva comprendere. Insieme, avevano riscoperto il potere del silenzio, quella silenziosa connessione che li univa più di qualsiasi frase pronunciata. C’era un’intesa che superava le parole, che parlava direttamente agli occhi e ai gesti, quella complicità che nasce solo quando due anime si riconoscono senza bisogno di spiegazioni.
A volte, si trovavano a passeggiare in mezzo ai girasoli, come quella prima volta, e in quegli attimi sembrava che tutto il resto del mondo svanisse. Ogni petalo di fiore, ogni soffio di vento che scompigliava i capelli di Luce, ogni risata che Teo liberava nell’aria, sembrava un promemoria del fatto che la vita fosse fatta di momenti da vivere pienamente, senza rimpianti. La loro era una felicità semplice, ma così autentica, che nemmeno il tempo sembrava poterla intaccare.
Eppure, nonostante quella sensazione di completezza, c’era sempre qualcosa che fluttuava nell’aria, come una presenza sottile e misteriosa, che rendeva ogni giorno più prezioso ma anche più fragile. Il tempo, che sembrava correre veloce, a volte sembrava quasi invidioso della loro felicità. Come se volesse portarsi via i momenti belli, rubare via quei secondi che sembravano eterni.
Ma in quel lungo anno, Luce e Teo avevano imparato a fare fronte a tutto insieme. Nessuna tempesta, nessuna difficoltà era mai riuscita a separarli. Il loro legame era diventato un rifugio, un angolo protetto dal resto del mondo. Le paure, le insicurezze che Luce aveva portato con sé nel nuovo mondo, si erano dissolte nella certezza che il loro amore fosse qualcosa di raro, di speciale. L’amore che avevano costruito, pezzo dopo pezzo, era solido come una roccia, ed era diventato il loro faro, la loro guida.
Eppure, come ogni storia che si rispetti, la vita aveva il suo modo di sorprendere. Nulla è mai davvero scontato. Qualcosa, o qualcuno, o forse semplicemente la vita stessa, stava per mettere alla prova la loro felicità. Qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto prevedere, ma che entrambi avrebbero dovuto affrontare.
Capitolo 10 – Autodistruzione (farfalle)
Era passato poco tempo da quando l’estate era svanita, lasciando il posto al settembre che, come sempre, portava con sé un’atmosfera di cambiamento. Eppure, Luce non avrebbe mai immaginato che quel settembre sarebbe stato così diverso. Da quando si era trasferita in quel mondo nuovo, tutto aveva preso una piega che nemmeno lei riusciva a prevedere. La sensazione di essere persa, di non appartenere a quel posto, ormai era svanita da tempo. Si era adattata, si era trovata. E soprattutto, aveva trovato Teo. Un anno era passato, ma ogni singolo giorno sembrava un’eternità a sé, un riflesso di una felicità che Luce non aveva mai conosciuto prima.
I suoi genitori, però, sembravano guardare quella felicità con occhi diversi. La tranquillità che Luce aveva trovato in quel posto non aveva fatto breccia nei loro cuori, e presto avevano deciso di tornare alla loro vita precedente, quella fatta di routine, di affari, di quell’esistenza che non aveva mai toccato veramente Luce. Ma per lei, quel mondo, quella città, non aveva più nulla da offrire. Il suo cuore, ormai, batteva solo per Teo, per quel piccolo angolo di paradiso che avevano costruito insieme.
Un giorno, dopo aver trascorso l’ennesima giornata a correre tra i boschi e a ridere con Teo, Luce tornò a casa, ma non era più la stessa. Quando varcò la soglia, l’aria sembrava pesante, come se preannunciasse una tempesta.
“Ciao Luce,” disse la madre, la voce gentile ma distante, “volevamo dirti che finalmente dopodomani torneremo a casa, nella nostra città!”
La notizia la colpì come una folata gelida. Il suo mondo, quello che aveva costruito con Teo, stava per frantumarsi davanti ai suoi occhi.
“Cosaaaaaaaaa?!” La voce di Luce tremò, il cuore le scoppiò nel petto. “Non potete farlo… Non potete…! Io… io… non voglio andarmene!”
La madre la guardò confusa. “Pensavamo fossi contenta di ritornare dai tuoi amici, Luce. Che cosa ti prende?”
“Contenta? Come posso esserlo, quando non vi siete nemmeno accorti di come sono cambiata?!” La voce di Luce si alzò, le parole le scivolavano fuori con rabbia. “Non vi siete nemmeno accorti di tutto quello che ho vissuto. Vi siete sempre concentrati su voi stessi, sulle vostre sciocchezze. Non vi importava di me! Io sono diventata una persona diversa grazie a Teo! Ma a voi non è mai importato!”
Il silenzio che seguì fu pesante, come se ogni parola avesse scavato un abisso più profondo. La madre cercò di replicare, ma Luce non voleva più ascoltare. Il dolore le bruciava dentro, e la delusione per i suoi genitori era troppo grande.
“Luce, non è così,” provò a dire il padre, ma Luce, ormai consumata dalla frustrazione, non volle sentire altro. Scappò via, correndo a perdifiato, diretta verso la casa di Teo.
“Teo, aprimi, per favore!” urlò tra le lacrime, il respiro affannato, la paura che le stringeva il petto.
“Che succede?” Teo la guardò preoccupato, capendo subito che qualcosa non andava.
Luce, senza parole, si gettò tra le sue braccia. Non doveva spiegare nulla, Teo lo sapeva. La loro connessione era più forte di qualsiasi altra cosa, e in quel momento, l’unico posto che Luce desiderava era accanto a lui.
– Autodistruzione –
natura sole stelle sogni muro distruzione
distruzione potere luna infranti lacrime
lacrime oceano foglie bolle di sapone vita
vita croce scienza bombe scintille neve
neve costellazioni nuvole sabbia libertà
libertà angeli angelici liberi pensieri
pensieri realtà ali di cartone aria.
Teo la strinse a sé. “Corri… corri con me, Luce. Andiamo via, ora.”
E così cominciarono a correre. Non sapevano dove, non sapevano come, ma correvano, come se il vento li portasse via da tutto ciò che li legava a quel mondo che ora sembrava estraneo, lontano. Correvano per fuggire dalla tristezza, per sfuggire al destino che li stava separando. La pioggia cominciò a cadere, e con essa anche le loro lacrime. Correvano insieme, più veloci che potevano, come se volassero.
Era passato più di un mese da quando Luce e Teo erano scomparsi. Nessuno sapeva cosa fosse successo. La casa di Luce era vuota, abbandonata. I suoi genitori erano tornati in città, ma il vuoto che lasciavano dietro di sé era insostenibile. Non c’era traccia dei ragazzi. Come se fossero evaporati, scomparsi nel nulla.
Nel mondo che li aveva accolti, tutto era cambiato. Il cielo non aveva più la stessa luce, gli alberi non cantavano più con il vento, il fiume sembrava mutato. Sembrava che l’intero mondo stesse aspettando il ritorno di Luce e Teo, come se il loro amore fosse stato la chiave per mantenere vivo quel luogo, come se il loro legame avesse dato forza a tutto ciò che li circondava.
E così, in mezzo alla quiete, l’unico movimento che rimaneva erano due farfalle. Bellissime e leggere, danzavano tra i fiori. Nessun rumore, nessuna fretta. Solo loro, libere, come se stessero giocando nel loro angolo segreto.
Le loro ali brillavano al sole, e il mondo intorno sembrava sparire, come se fossero l’unico riflesso di quella felicità che non aveva più confini. Non avevano bisogno di parlare. Si guardavano, e nel loro sguardo c’era tutto: il dolore, la libertà, e la promessa di un amore eterno.
Il vento accarezzava le loro ali, mentre le farfalle continuavano a volare. Loro sì, loro erano libere. Libere di essere felici, libere di amarsi senza limiti, senza paura. La loro danza sembrava raccontare tutto ciò che Luce e Teo avevano vissuto, e ciò che avrebbero continuato a vivere. Perché, in fondo, la loro storia non era mai finita. Era appena iniziata.
E se…?!
FINE


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