Uragani e Farfalle

Storie brevi e fotografie


La primavera – Quella panchina e non riuscire ad esserci

Il rumore del bar tornò sfocato, lontano. Nancy si lasciò trasportare da un’altra immagine, l’ultima volta in cui tutto era ancora possibile, ma qualcosa dentro di lei – o dentro Simona – aveva già deciso.

Era primavera.
Una di quelle giornate tiepide, in cui il sole non scotta e il vento sa di finestre aperte e panni stesi. Il cielo era limpido, ma non sereno. C’era qualcosa nell’aria, una tensione leggera, quasi impercettibile, come l’elettricità prima di un temporale che nessuno prevede.

Nancy e Simona erano sedute su una panchina in un parco quasi vuoto. Una panchina qualunque, ma che per loro era sempre stata quella. Il posto dove si erano baciate la prima volta, dove avevano sognato viaggi che non avevano mai fatto. Dove avevano riso così tanto da avere male alla pancia.

Ma quel giorno, la panchina sembrava più stretta.
Nancy aveva portato due caffè d’asporto, uno zuccherato, uno amaro. Il solito piccolo rito. Simona lo prese, sorrise appena, ma non bevve. Il bicchiere rimase tra le sue mani, ancora chiuso.

«Sei strana oggi,» disse Nancy, provando a rendere la sua voce leggera.
Simona scrollò le spalle. «Solo stanca.»

Silenzio. Di quelli densi, che ti si infilano tra le costole.

Nancy la guardò di lato, studiò il modo in cui teneva lo sguardo basso, fisso su un punto qualunque davanti a sé.
La conosceva troppo bene per crederle.

«Parliamone, se vuoi.»
Simona fece una piccola risata, quasi impercettibile. «Non so nemmeno da dove cominciare.»

«Dal punto in cui mi hai lasciata fuori.»
Era una frase uscita di getto, più dura di quanto Nancy volesse. Ma era vera. Da settimane, forse mesi, qualcosa si era spento, e lei continuava a bussare a una porta chiusa con troppi giri di chiave.

Simona non rispose. Continuava a fissare il nulla.
Il sole le accarezzava i capelli, ma sembrava non toccarla davvero. Era lì, ma distante. Come un’eco.

«Ti ho chiesto solo di esserci,» disse Nancy. «Non di essere perfetta.»

Simona chiuse gli occhi per un momento. Poi li riaprì, lenti. Dentro c’era tutto: affetto, stanchezza, paura.
«A volte esserci è proprio la cosa che non riesco a fare.»

Le parole rimasero lì, sospese. Come piume pesanti.
Nancy si girò verso di lei, le prese la mano. Non per convincerla, non per trattenere. Solo per dire: Io ci sono ancora.

Simona non la ritrasse. Ma nemmeno la strinse.

Il tempo sembrò fermarsi per un istante. Nessuna lacrima, nessun grido. Solo due persone che si perdevano senza nemmeno alzare la voce.

Poi, una cicala cominciò a cantare da qualche parte. Un rumore qualunque. Un suono come tanti. Ma Nancy lo avrebbe ricordato per sempre.

*estratto dal mio racconto Tremo.


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2 risposte a “La primavera – Quella panchina e non riuscire ad esserci”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Nancy è un nome che assai mi garba

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    1. Colpa della canzone omonima dei Rumorerosa che mi ha ispirato oltre che a Tremo, che da il titolo al racconto.

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