Uragani e Farfalle

Storie brevi e fotografie


E’ tutto buio qui

“È tutto buio qui
S’illumina solo il mio volto
Senti il rumore dei tasti
Pensieri diventano massi
Splendono i LED sopra i denti
Sembrano stelle cadenti
Dentro una camera pixel
Un orizzonte due viste
Non c’è più mare, non c’è più cielo
Solo una luce e una stanza
Sono da solo tutta la notte, sento la tua mancanza
Eri la forma del mio dolore, l’anima in una sostanza
Non cerco la tua risposta, canto come fosse un mantra

È ancora buio qui, quel buio che viene da dentro
Quel vuoto che mangia e non riempie
Quel gusto che copro e non sento
Natura morta, tecnologia
Né arte, né parte, né poesia
Che sono con te e sono distratto
Conto i contatti, ma non ho contatto
Non c’è più mare, non c’è più cielo
Solo una luce e una stanza
Sono da solo tutta la notte, sento la tua mancanza
Eri la forma del mio dolore, l’anima in una sostanza
Non cerco la tua risposta, canto come fosse un mantra

Piango senza lacrime
Cogito senza un archè
Vivo senza vivere
Tutto è qui dentro di me
Penso per sapere
Nel pensare di tradurmi, mi son tradito
Senza esperienza
Niente è mai esistito

Non c’è più mare (io sono solo qui)
Non c’è più cielo (mentre rifletto in silenzio)
Solo una luce e una stanza (come se io fossi vetro)
Sono da solo tutta la notte (davanti alla mia casa)
Sento la tua mancanza (sento comunque che vibri)
Eri la forma del mio dolore (al ritmo della mia pelle)
L’anima non ha sostanza (se urlo più forte)
Non cerco la tua risposta (tu ritorni)
Canto come fosse un mantra (torni come un mantra)”

(Buio – Eugenio in Via di Gioia)

Capitolo 1 – Solo una luce

Era buio. Ma non quel buio normale, il buio che spegne il mondo quando chiudi gli occhi o quando la notte cala sulle strade. No. Questo era un buio diverso. Un buio denso, quasi liquido. Sembrava colare giù dai muri, mescolarsi all’aria come una sostanza vischiosa, insinuarsi tra le pieghe delle cose e avvolgerle una a una, con pazienza, come un velo tossico. Un buio che non oscurava semplicemente la luce: la divorava, lentamente, goccia dopo goccia.

Nel mezzo di quella penombra vischiosa, Eugenio sedeva immobile. La sedia scricchiolava appena sotto il suo peso, ma lui non si muoveva. Era lì da ore. O giorni. O settimane. Non avrebbe saputo dire. Il tempo non esisteva più. Non da quando lei se n’era andata. O meglio: da quando era stata strappata via.

Il tempo era diventato qualcosa che ristagnava — come acqua sporca in un lavandino otturato. Non scorreva. Non fluiva. Restava lì, a marcire insieme al silenzio.

Eugenio fissava il monitor. Uno schermo bianco, abbagliante, che sembrava quasi galleggiare nel buio. Un file vuoto, senza titolo. Il cursore lampeggiava, regolare, ipnotico. Un battito cardiaco elettronico, fuori tempo. L’unico movimento in tutta la stanza. L’unico suono, se si poteva chiamarlo suono, era quel “tic” virtuale che sembrava schiacciare l’aria ogni secondo.

Intorno, la stanza era sospesa. Ogni oggetto sembrava trattenere il fiato. Il tappeto era increspato in un angolo, ma lui non aveva voglia di raddrizzarlo. Le tende erano chiuse da giorni, e l’odore della polvere si era fuso con quello della solitudine. C’era un portafoto sul tavolo, capovolto. Una tazza di tè diventata fredda da chissà quanto. Una pianta mai innaffiata, curva come una domanda a cui nessuno risponderà mai.

Indossava la solita felpa grigia. Quella che Elena odiava. Diceva che gli dava l’aria di uno che aveva smesso di provarci. Di uno che si era già arreso. Le cuffie pendevano dal collo, spente. La musica era diventata troppo. Troppo piena, troppo invadente. Ogni parola, ogni accordo, sembrava scavargli dentro. Come se le canzoni non fossero più fatte per cantare ma per incidere. E lui non voleva più sentire niente che incidesse.

Aveva provato a scrivere. Ogni tanto sollevava le mani, poggiava le dita sulla tastiera. Ma le parole non venivano. O, peggio, venivano in una lingua che non riconosceva. Le frasi uscivano deformi, storte, come se qualcun altro stesse cercando di usare il suo corpo, la sua voce. Un parassita che scriveva in vece sua, ma male.

Provò lo stesso a parlare, ad alta voce, sebbene fosse solo.

— Non riesco a dormire, Elena.

La sua voce gli sembrò un suono estraneo, come registrato e riascoltato dopo anni. Era la prima volta che pronunciava il suo nome da settimane. Forse mesi.

— Non riesco nemmeno a sognarti.

Fu in quel momento che la stanza cambiò. Era sempre la stessa, ma qualcosa si contrasse, come se avesse trattenuto il respiro. Il silenzio divenne più denso. Per un attimo, ebbe la netta sensazione che qualcosa si fosse mosso alle sue spalle. Non un rumore, ma uno scivolamento, come un’ombra nello specchio. Si voltò piano. Niente. La porta chiusa. Il muro bianco con una crepa. La pianta morente.

Eppure la sentiva ancora lì. Non in senso spirituale — Eugenio non credeva a queste cose — ma in senso percettivo. Come quando sogni qualcuno e, al risveglio, il suo calore è ancora sul cuscino. Ma il letto è vuoto. E freddo.

Forse la morte di Elena era stato un errore. Non un destino tragico o un disegno misterioso, ma un banale bug dell’universo. Un glitch, come quelli nei videogiochi: una riga di codice sbagliata, una variabile saltata. E adesso lui era rimasto incastrato in una sottocartella corrotta della realtà, in un livello che non si caricava mai del tutto.

Il telefono vibrò. Un unico messaggio, secco, sullo schermo crepato:

– Come stai?
Sua madre.

Rimase a fissarlo per minuti. “Come stai.” Una domanda talmente semplice da diventare insostenibile. Si ritrovò a ripeterla mentalmente come un mantra malato.

Come stai.
Come stai.
Come stai.

Non sapeva come rispondere. Non poteva. Qualsiasi parola sarebbe stata una bugia, o peggio, una semplificazione. Avrebbe voluto scrivere qualcosa di vero, qualcosa che assomigliasse almeno lontanamente a quello che provava.

Forse questo:

“Sono un uomo che vive dentro una scatola di vetro. Una teca dove tutto si muove ma niente cambia. Dove le cose parlano ma non dicono. Dove il rumore della memoria è più forte del presente. Sono il vuoto tra due pixel. L’eco di una voce che non c’è più.”

Ma naturalmente non scrisse nulla.
Cancellò. Chiuse l’app. E tornò a fissare il cursore.

Era ancora lì.
Sempre lì.
Tic. Tic. Tic.

— Voglio dormire, Elena — mormorò, appena udibile. — Ma quando chiudo gli occhi, ci sei tu. E non sei mai felice.

Ci fu un lungo silenzio. Uno di quelli che sembrano scendere come neve, ovattando ogni cosa. Nessun rumore fuori. Nessun passante. Nemmeno il suono della città, che di solito filtrava da qualche finestra lontana. Solo quel ticchettio irreale. Il battito cardiaco digitale di un file che non voleva nascere.

Eugenio si alzò lentamente, come se il suo corpo fosse fatto d’acqua. Passò accanto alla finestra, scostò un lembo della tenda.

Fuori, la notte era immobile.
Le luci dei palazzi sembravano tremare dietro il vetro, come se avessero paura anche loro. In un appartamento di fronte, qualcuno stava guardando un cartone animato. Le voci dei personaggi erano smorzate dalla distanza, ma bastavano per ricordargli che il mondo andava avanti. Che altrove, forse, qualcuno rideva ancora.

E lui?
Lui restava lì.
Un sopravvissuto a qualcosa che non si era nemmeno visto accadere.

Rientrò, si sedette di nuovo.
Fece scorrere le dita sopra il vecchio biglietto del treno. Le pieghe erano così consunte da sembrare cicatrici. Lo prendevano sempre, quel treno. Sempre lo stesso, sempre verso quella città che profumava di pioggia, legno e pane caldo. Dove si erano conosciuti. Dove avevano creduto di poter vivere.

Quel biglietto adesso sembrava appartenere a un altro uomo. Un altro Eugenio. Uno che sorrideva, che parlava, che immaginava. Uno che scriveva.

Ma quell’uomo non c’era più.

Solo il cursore rimaneva.
A battere.
Ancora.
Ancora.

Capitolo 2 – La forma del mio dolore

La tastiera era ancora lì. Muta, impassibile. Una distesa nera di tasti come lapidi, ognuno con una lettera incisa sopra. Eugenio ci passava le dita leggere, senza premere. Un gesto automatico, come se cercasse di evocare un suono che non voleva davvero sentire. Era come un pianista cieco davanti a uno spartito cancellato: ogni nota, ogni parola, ogni intenzione si era dissolta in qualcosa che non somigliava più alla musica.

Sopra la scrivania, accanto al portafoto ancora rovesciato, una sottile linea di polvere cominciava a farsi strada. Era passata un’altra notte. Un’altra, senza che lui se ne accorgesse. Era difficile sapere quando finiva il giorno e cominciava la notte, in quella casa che sembrava rifiutare la luce. Ogni cosa – gli oggetti, le ombre, persino il tempo – sembrava respirare un’altra aria, una più spessa, più stanca.

Eugenio si alzò in piedi, il movimento spezzato da una fitta al fianco. Aveva dormito male, o forse non aveva dormito affatto. Il corpo scricchiolava come una casa vecchia, di quelle abbandonate dopo un terremoto. Si trascinò in cucina. La tazza del tè era ancora lì, con la bustina affogata da ore. Il liquido si era raffreddato fino a diventare un’eco marrone, immobile, sulla superficie della ceramica.

Quando sollevò la tazza e la portò alle labbra, non si accorse nemmeno del gusto. Era solo un gesto. Bere, come respirare, come aprire gli occhi. Meccanico. Vuoto.

Poi accadde. Senza alcun preavviso. Nessun rumore, nessun crepitio di luce.

Solo la sua voce. La sua voce.

“Hai mai provato a starti vicino?”

Era Elena. O meglio, era il ricordo della sua voce, che entrava in lui come una corrente fredda. Eugenio rimase immobile. Il cuore saltò un battito. Quelle parole lo avevano seguito per anni, senza mai attecchire. Ora tornavano con una gravità diversa, come pietre che affondano nella memoria.

Era inverno. Ricordava il giorno esatto. Una panchina, due caffè presi al bar sotto casa, e lei avvolta nel cappotto oversize color panna, quello che la faceva sembrare un personaggio di un film francese. Lo amava quel cappotto, anche se lei diceva che le stava male. “Sembro un fantasma in fuga,” diceva sorridendo. E lui rideva. Rideva sempre quando non sapeva rispondere.

“A stare con te, intendo. Solo esserci. Senza fuga.”

Lui aveva abbassato gli occhi, fingendo di controllare qualcosa sul telefono. Aveva sempre avuto un talento nell’eludere. Le domande, le emozioni, la realtà. Elena no. Lei si sedeva al centro delle sue emozioni e ci restava finché non si spegnevano da sole.

Ora quelle stesse parole erano tornate come frecce. Non feroci. Peggio. Precise. Come se sapessero esattamente dove colpire.

Eugenio tornò in salotto e si sedette lentamente sul divano. Prese in mano il portafoto e, stavolta, lo girò. Il gesto fu quasi cerimoniale. Come se stesse riaprendo un passaggio che aveva sigillato da troppo tempo.

Elena sorrideva, a metà. Non era una foto da cornice: era sfocata, sbilenca, scattata per caso in un pomeriggio qualsiasi. Un maglione arancione, un libro aperto sulle ginocchia e la libreria dietro, storta, con i ripiani montati male.

Quella libreria…
Era stata la prima cosa costruita insieme.
Avevano litigato. Tanto. Su quale vite andasse dove, su quale pannello fosse il fondo. Lui insisteva, lei rideva. Poi il litigio aveva cambiato tono. Era diventato una piccola battaglia di orgoglio, parole scagliate con la leggerezza di chi non sa che stanno lasciando una crepa.

“Tu vuoi sempre avere ragione, anche quando sbagli.”

“E tu vuoi sempre sbagliare, così puoi sentirti incompresa.”

Poi, silenzio. Un silenzio fitto, come se anche l’aria si fosse ritirata. E dopo, senza dire nulla, avevano fatto l’amore. Con le dita che tremavano ancora per la rabbia e il cuore che cercava disperatamente un modo per ricucire.

“Come se potesse sistemare qualcosa,” mormorò Eugenio.

Ma non lo aveva fatto. Nulla si sistema davvero se non lo guardi in faccia.

Chiuse gli occhi. E per un istante, il confine tra sogno e memoria si dissolse. Elena era lì. Non in carne e ossa, ma in una forma più sottile. Era seduta accanto a lui sul divano, con le gambe incrociate e lo sguardo rivolto alla finestra, verso un sole irreale. Quello dei sogni. Quel sole che non scalda, ma consola.

E lui le parlava.
O forse era lei a parlare.

“Hai mai pensato che non fossi io il problema?”

“Ho pensato che fossi tutto il problema.”

“E ora?”

“Ora… ora non so nemmeno chi era il problema.”

Aprì gli occhi.

La cucina era immersa nella luce livida del neon. Nessun profumo, nessun sole. Nessuna voce. Eppure qualcosa, sotto la pelle, si era mosso. Non fuori. Non nella stanza. Dentro.

Un nodo si era sciolto, appena.
Il primo strato aveva cominciato a cedere.
Il velo più sottile.
Quello della colpa.

Capitolo 3 – Natura morta

Fu un martedì, almeno così riportava il registro delle chiamate sul cellulare, con quella precisione fredda che i dispositivi digitali mantengono anche quando la mente umana ha già smarrito da tempo il senso della sequenza e dell’ordine. Eugenio guardava quella data come si guarda il dorso di un libro sconosciuto in una biblioteca troppo vasta: senza riconoscerla davvero, come se appartenesse a una cronologia scritta per qualcun altro, in una vita che non gli apparteneva più.

Attorno a lui, il tempo continuava a scorrere — in apparenza — con la sua regolarità illusoria: l’orologio del forno segnava minuti precisi, la luce del pomeriggio filtrava dalle tende in un chiarore smorto, e la televisione sullo sfondo proiettava le solite notizie, mute e insignificanti, che raccontavano catastrofi lontane come fossero sequenze di un film ripetuto all’infinito. Una frana in Asia, un attentato in una metropoli anonima, un blackout senza volto: eventi drammatici, ma così estranei da sembrare appartenere a un altro universo narrativo.

Eugenio era seduto al tavolo, con una ciotola di riso ormai freddo e incollato ai bordi, appoggiata davanti a sé come un oggetto abbandonato in una casa disabitata. Teneva la forchetta a mezz’aria, sospesa in quel gesto incompiuto che durava da non si sa quanto tempo, forse minuti, forse ore, mentre dentro di lui qualcosa rimaneva immobile, come il fondo di un lago torbido che nessuna corrente riesce a smuovere.

Fu in quel momento che il telefono vibrò. Un suono sordo, profondo, che non sembrava provenire dall’oggetto stesso, ma da una cavità nascosta nel suo petto, come se qualcosa avesse bussato dall’interno, dal punto preciso in cui si era annidata una paura antica e priva di nome. Sullo schermo apparve un nome inatteso: Zia Gioia. Una figura remota, poco presente nella vita quotidiana, legata più a ricordi d’infanzia sbiaditi che a una reale consuetudine affettiva. Non chiamava mai, nemmeno a Natale, nemmeno per i compleanni, e proprio per questo la sua presenza improvvisa assunse subito il peso di un presagio.

Rispose senza pensarci davvero, senza alcun desiderio di ascoltare, ma spinto da una forza automatica, come se fosse stato programmato a farlo. La voce dall’altra parte era incerta, trattenuta, e la pausa che seguì il suo nome — “Ciao, Eugenio…” — fu più eloquente di qualsiasi frase articolata, poiché conteneva già, in quel vuoto, tutta la gravità di ciò che sarebbe venuto.

«C’è stato un incidente…» cominciò, e da lì in poi le parole cominciarono a perdere nitidezza, a deformarsi, come voci sentite attraverso una parete d’acqua. «È successo ieri notte… Elena… stava tornando a casa a piedi… dopo una cena… una macchina… non si è fermata… l’hanno trovata subito, ma…»

Le frasi si spezzavano, diventavano echi, urti smorzati che non riuscivano a oltrepassare una barriera di vetro eretta all’improvviso tra lui e la realtà. Il nome di Elena, giunto così, in mezzo a un discorso spezzato, sembrò esplodergli in testa come una luce troppo forte, eppure non fece rumore: fu solo un implosione lenta, silenziosa, inarrestabile.

Eugenio rimase seduto, incapace di registrare appieno il significato di quelle parole, mentre dentro di lui qualcosa si richiudeva, si piegava su sé stesso, come una vela al vento che smette improvvisamente di gonfiarsi. Non pianse. Non per orgoglio, non per negazione, ma per un’assenza concreta, tangibile, del meccanismo che normalmente converte il dolore in lacrime. Era come se il dolore stesso fosse rimasto inceppato, paralizzato in un punto preciso del petto, dove ne sentiva il peso ma non l’effusione.

Quella sera, tornato a casa dopo aver vagato per le strade come un involucro senza contenuto, accese il computer. Lo fece in silenzio, con gesti lenti e rituali, come si compie una funzione sacra pur non credendoci più. Cercò il nome di Elena su Google, digitandolo come se volesse evocarla, come se bastasse nominarla nel mondo digitale per ricevere un segno.

Il risultato fu un trafiletto: una notizia asciutta, disumana, scritta con il lessico impersonale dell’informazione quotidiana. “Tragedia nella notte: giovane donna travolta da un’auto pirata. Aveva trent’anni.” Nessuna immagine, nessun dettaglio personale. Solo una data, un luogo approssimativo, e il suo nome. Racchiusa in poche righe, la vita di Elena era stata trasformata in notizia, in evento da dimenticare il giorno dopo.

Eugenio aprì la galleria del telefono. Scorse lentamente, una a una, centinaia di immagini in cui lei era viva, presente, sfrontata, distratta, buffa. Elena che sbadiglia sotto le coperte, Elena con un maglione che le copre le mani, Elena che finge di arrabbiarsi mentre si lava i denti. Ogni foto sembrava parlarle direttamente, ma con una voce che arrivava da lontano, deformata dal tempo.

In un lampo, un pensiero si fece strada: quelle immagini, così silenziose, così statiche, erano diventate natura morta.
Non erano più ricordi mobili, flessibili, capaci di proiettare calore.
Erano diventate forme congelate, fotografie di qualcosa che non si muove più, come frutti marciti nella compostezza di una tela.

Aprì WhatsApp. L’ultima conversazione era ancora lì. Il suo ultimo messaggio, inviato chissà quanto tempo prima: Non lo so, Elena. Non so se ha senso continuare così.
Una frase lasciata in sospeso.
La doppia spunta grigia.
Mai diventata blu.
Mai letta, forse.
O forse letta troppo tardi.

Mormorò: «Non ti ho lasciato il tempo. Non ti ho dato il tempo. O forse tu non ce l’avevi più.»
E subito dopo, quasi per difendersi da quel pensiero, aggiunse mentalmente altre frasi, più confuse, come se volesse costruire una giustificazione che già si sgretolava.

Il tempo.
Quel tempo che aveva sempre dato per scontato, che aveva pensato si potesse allungare come un elastico.
Quel tempo che adesso si era improvvisamente contratto, diventando una trappola.
Non c’erano più margini.
Non c’era più “domani”.
Solo un “prima” fragilissimo, da cui non si poteva più tornare indietro.

Prese in mano il telefono, aprì la fotocamera frontale e si guardò.
Un volto pallido, spento, con gli occhi troppo rossi per la veglia e troppo asciutti per il pianto. Sembrava invecchiato di anni. Le occhiaie profonde. Le labbra screpolate. Un volto che non gli apparteneva.

Senza pensarci, fece uno screenshot.
Non per vanità, non per disperazione.
Ma perché, in un angolo remoto del cervello, sentiva il bisogno di fissare quel momento — quel preciso istante in cui tutto si era rotto — come a dire:
“Anch’io c’ero. Quando il mondo ha smesso di girare.”

Salvò l’immagine.
Aprì una cartella.
Digitò un nome.
Archivio.

Capitolo 4 – Conto i contatti

Erano passati dieci giorni quando Eugenio decise di mettere piede in un locale. Dieci giorni esatti che lui stesso si era concesso, quasi imponendosi un esilio volontario, una tregua silenziosa dal mondo visibile, dal rumore degli altri, dalle reazioni di circostanza che non avrebbe saputo sostenere. Dieci giorni trascorsi come un’ombra sfuggente tra ambienti che non lasciavano traccia: il corridoio di casa percorso in punta di piedi, i supermercati aperti ventiquattr’ore su ventiquattro dove le luci al neon e i corridoi infiniti lo accoglievano senza fare domande, le strade periferiche di una città che conosceva troppo bene per amarla ancora, ma che di notte assumeva un volto straniero, popolato di saracinesche abbassate, finestre spente e silenzi carichi di invisibilità.

Camminava in quelle notti come un esploratore disilluso, senza meta, ma con il desiderio preciso di perdersi in quartieri sconosciuti, in incroci senza storia, dove nessuno avrebbe potuto riconoscerlo, dove il suo dolore non aveva biografia. A parte una breve conversazione con una barista — una giovane donna che gli aveva servito un caffè d’orzo e a cui aveva rivolto le parole come se fossero un messaggio criptato, ridotto all’osso, quasi morse — non aveva parlato con nessuno. Nessuna voce. Nessuna risposta. Solo passi, aria fredda e pensieri che gli scorrevano dentro come corrente elettrica bassa tensione.

Poi, quella sera, qualcosa in lui si incrinò. Forse fu solo un gesto meccanico, una stanchezza del silenzio, o il bisogno di riemergere per un istante, come si fa dopo essere rimasti troppo tempo sott’acqua. Decise di mettersi una camicia. La stirò con un’attenzione quasi ossessiva, passandoci sopra il ferro da stiro con lentezza chirurgica, seguendo ogni piega come se da quella perfezione potesse nascere una forma di equilibrio. La camicia sembrava nuova, nella sua purezza irreale, ma non lo era: era solo eccessivamente pulita, e per questo un po’ sospetta, come certe verità dette troppo bene.

Scelse un locale affollato, dove la musica era volutamente alta, quasi aggressiva, come se il volume servisse a coprire il vuoto delle conversazioni. Aveva bisogno di confusione, di una folla che gli girasse attorno senza toccarlo davvero, di voci, suoni, rumori, qualcosa che potesse smuovere la superficie opaca del suo sentire. Si sedette al bancone, ordinò un gin tonic, e lo bevve in silenzio, come si assumono certi farmaci senza sapere se faranno effetto. Poi un altro. E a ogni sorso, i contorni della realtà sembravano ammorbidirsi, diventare più sfocati, più facili da ignorare.

Intanto il pollice scorreva sul telefono con automatismo rituale. Instagram. X. WhatsApp. Telegram. Le app si aprivano e si chiudevano in sequenza, come finestre su mondi paralleli dove tutti sembravano vivere meglio, più leggeri, più belli, più ironici. Notifiche colorate. Storie filtrate. Frasi motivazionali che si travestivano da profondità. Facce sorridenti. Emoji danzanti. Cuori lampeggianti. Il teatro costante dell’autoesposizione digitale.

E poi, improvvisa, la voce.
«Eugenio? Ma sei tu?»

La riconobbe prima ancora di voltarsi. Marta. Un’amica di contorno, una di quelle figure intermittenti che non vedi per anni e che tornano a farsi vive quando qualcosa nella tua vita diventa degno di nota o di commiserazione. Aveva con sé un ragazzo alto, dallo sguardo distratto, forse un compagno, forse solo un accompagnatore di serata. Marta sfoggiava già quel sorriso preparato in anticipo, studiato per apparire empatico ma non invadente, come se il dolore fosse un evento sociale da gestire con diplomazia.

«Dio mio, ho letto… Mi dispiace tantissimo. Come stai?»

Eugenio rispose con una parola sola.
«Sto.»
Detta con la stessa intonazione con cui si annuncia una constatazione meteorologica o l’orario dell’ultimo autobus. Una parola svuotata, funzionale, che non chiedeva repliche.

Non aveva voglia di spiegare, di raccontare, di mettersi in scena. Non c’era nulla che potesse essere tradotto in una conversazione da bancone. Nessuna narrazione lineare. Solo frantumi.

Marta fece quel gesto da copione: inclinò la testa, strinse le spalle, accennò un sorriso da fiction drammatica, poi disse:
«Se ti va, organizziamo qualcosa. Una serata, un giro, due chiacchiere. Fa bene, no?»
Lui annuì. Non per reale adesione, ma perché aveva imparato che in certi casi è più facile assecondare la pietà leggera che contrastarla. Un cenno basta a chiudere la scena.

Tornò al telefono.
Instagram: 3 nuovi follower.
WhatsApp: 1 messaggio non letto.
LinkedIn: “Congratulazioni per il nuovo ruolo!”

Elena era morta.
Ma il mondo sembrava non saperlo.
Continuava a premiarlo, a stimolarlo, a invitarlo con notifiche scintillanti, come se la vita fosse ancora tutta lì, in attesa che lui tornasse a giocare. Un gioco da cui si sentiva escluso, eppure ancora obbligato a partecipare.

“Conto i contatti, ma non ho contatto.”
Gli venne in mente così, come un verso, breve, netto, musicale. Forse una poesia. Forse un lamento.

Tornò a casa ubriaco. Non abbastanza da dimenticare tutto, ma sufficiente da entrare in uno stato di sospensione, come un sogno che non riesce a decollare. Le immagini, i ricordi, i pensieri cominciavano a mescolarsi, a impastarsi in una materia indistinta, dove niente era più nitido.

Nel dormiveglia, aprì Telegram.
Scorse vecchie conversazioni con Elena: frammenti di risate scritte, link assurdi, messaggi vocali di pochi secondi — «Hai lasciato il gas acceso?» — detti con quella voce leggera che ora cercava disperatamente di ricordare. Ma non ci riusciva. La voce di lei sembrava essere evaporata, dissolta in un’eco confusa di suoni sovrapposti: spot pubblicitari, dialoghi di film, sogni cantati.

Poi, tra quei messaggi, trovò una poesia che lei gli aveva mandato mesi prima. Non era firmata. Forse di un autore sconosciuto, forse pescata da uno di quei profili poetici senza volto. Ma ora — ora che lei non poteva più parlare — quelle parole sembravano scritte proprio per lui:

Se mi cerchi, cercami nei silenzi.
Dove non scrivo, dove non parlo.
Dove non rispondo, ma resto.

Li lesse ad alta voce. Poi solo con gli occhi. Poi solo con la mente. E ogni volta il significato cambiava. Come se il dolore, rimbalzando dentro quelle righe, ne mutasse l’intonazione.

Non sapeva se Elena gliel’avesse mandata per caso, per gioco, o come segnale inascoltato. Ma ora era tutto ciò che restava.

Prese in mano il telefono, aprì il registro chiamate.
Scorse l’elenco: nomi senza calore, numeri a cui non avrebbe saputo cosa dire, tracciati che appartenevano a una vita già distante. Un catalogo di connessioni formali, dove l’unico linguaggio condiviso era il pollice che scorre, tocca, reagisce.

Sembrava circondato da un coro di dita mute.

Aprì l’app Note. Scrisse:
“Mi sto perdendo. Non in lei. In me, senza di lei.”

Poi spense tutto. Il telefono. Il modem. La luce.
E nel buio, per la prima volta, non cercò niente.
Non pregò per un sogno. Non invocò un segnale.
Solo il suono del proprio respiro.
Quella piccola, ostinata vibrazione della vita che, nonostante tutto, ancora resisteva.

Capitolo 5 – Il buio che viene da dentro

La stanza non era cambiata. Ogni oggetto, ogni angolo, ogni accumulo disordinato sembrava appartenere a una geografia interiore congelata nel tempo. I mobili restavano lì, come guardiani silenziosi di un’esistenza che non si muoveva più. Le tende, leggere ma spente, cadevano immobili come sipari chiusi dopo uno spettacolo mai andato in scena. La polvere si era posata su ogni superficie senza più essere contrastata, lenta e determinata come neve in una città abbandonata. Tutto era fermo, ma non immobile. C’era una vibrazione sotterranea, quasi impercettibile, come un ronzio sotto la pelle. Non nel mondo esterno. Ma in Eugenio.

Era qualcosa che non si vedeva, ma si sentiva. Un cambiamento non dichiarato, non deciso, non elaborato: un cedimento interno, una piccola frana dell’anima che non aveva fatto rumore ma che aveva modificato la forma stessa del suo stare al mondo. Aveva smesso di uscire non come gesto, ma come dissolvenza. Un’assenza senza clamore, senza addio, senza spiegazione. Non c’erano giorni segnati sul calendario, né soglie consapevoli. Un giorno era fuori, il giorno dopo non più. E nessuno sembrava accorgersene davvero.

Le tapparelle restavano abbassate per intere settimane, filtrando appena un’eco di luce che sembrava troppo audace per entrare davvero. Il computer restava acceso solo per restare acceso, come un faro cieco in una notte senza mare. Nessuna attività, nessuna ricerca, nessuna distrazione. Solo il monitor nero, che ogni tanto rifletteva il suo volto come una domanda senza risposta. Il letto, disfatto e ripiegato su se stesso, diventava l’unico territorio frequentato, mentre i piatti nei lavandini si moltiplicavano come segni fossilizzati di un appetito ormai meccanico. Ogni tanto, come un rituale quasi compulsivo, si alzava e andava allo specchio. Lo faceva senza sapere esattamente cosa cercasse, forse un dettaglio, una traccia, un dettaglio che lo riconducesse a sé. Ma ciò che restituiva il vetro era solo un’ombra sbiadita. Una figura senza contorni nitidi, come se la pelle non bastasse più a definire i limiti del suo corpo. Guardarsi diventava un atto perturbante, il tentativo fallito di decifrare un volto già dimenticato.

Il sonno arrivava tardi, a brandelli, come un animale diffidente. Quando cedeva, era un precipizio breve, frantumato. E dentro quel frammento, sempre lo stesso sogno, come un disco rotto che continuava a suonare una traccia segreta. Una porta. Ogni notte, una porta diversa — eppure sempre uguale. A volte bianca, liscia, come appena installata; altre volte gonfia, graffiata, con schegge di legno che sembravano zanne. Ma dietro quella porta, invariabile, il buio. Un buio vivo, denso, che sembrava respirare all’incontrario. Un nero pulsante, quasi liquido, come se tutto il dolore del mondo fosse stato concentrato lì.

E seduta oltre quella soglia, immobile, Elena. Non quella vera, non quella che rideva in macchina ascoltando canzoni idiote, né quella che lo guardava in silenzio quando non trovava parole. Era un’immagine irrigidita, come conservata sotto vetro. Aveva gli occhi aperti ma svuotati. Non lo vedeva. Non cercava nessuno. Non attendeva. Restava. E lui, inchiodato alla soglia, incapace di varcarla ma anche impossibilitato a fuggire. Bloccato in quell’interregno tra ciò che era stato e ciò che non sarebbe più.

“Sei tu?” provava a dire, o forse lo pensava soltanto. “O sei solo ciò che resta di me?”

Il risveglio arrivava come un collasso: sudore freddo, bocca secca, un vuoto nel petto come un nido vuoto dopo una tempesta. Una notte, dopo l’ennesima caduta in quel sogno-limite, accese la luce del comodino. La mano tremava. Cercò un foglio, una penna qualsiasi, e scrisse in una grafia nervosa, frammentata:

“Il buio non viene da fuori.
Il buio sono io.
Ho sempre usato lei per nasconderlo.”

Quelle parole rimasero lì, sospese nell’aria, come una confessione mai pronunciata ad alta voce. Guardarle, nero su bianco, fu come spaccare un guscio vecchissimo. Era vero. Aveva riversato su Elena tutto ciò che non riusciva a nominare in sé: le sue mancanze, la sua fragilità, la paura costante di non bastare. Quando lei crollava, lui la accusava di debolezza. Quando lei taceva, la giudicava distante. Quando restava, la trovava opprimente. Ma lui? Lui cosa aveva dato davvero? Quale parte di sé aveva messo in gioco?

“Io non sono mai stato niente.
Solo una linea che cancellava ciò che non poteva capire.”

Scese dal letto come si scende da una zattera alla deriva, con movimenti rallentati, da sopravvissuto. Camminò fino al bagno. La luce al neon si accese con uno sfarfallio intermittente, un tremito che sembrava riprodurre quello del suo corpo. Si guardò. E per la prima volta, non cercò bellezza, né identità. Cercò verità. E qualcosa vide. Non un volto nuovo, non una trasformazione. Solo una crepa. Piccola, sottilissima. Ma presente. Una linea di frattura da cui, forse, poteva iniziare a filtrare qualcosa che somigliasse alla vita.

Le parole che aveva annotato notti prima gli tornarono alla mente, come una eco riemersa dal fondo:

“Piango senza lacrime.
Cogito senza un archè.
Vivo senza vivere.
Tutto è qui dentro di me.”

Si lasciò cadere sul pavimento, il freddo delle piastrelle lo accolse come una mano materna. Non per crollare. Non per chiedere pietà. Solo per stare. Finalmente, senza più fuggire. E pianse. Non fu un pianto dirompente, non un urlo liberatorio. Fu un pianto diffuso, sottile, che scivolava lungo il corpo come un’acqua antica. Dalle orbite. Dalle mani. Dalle ossa. Dalla memoria. Come se il dolore avesse trovato, finalmente, una via d’uscita.

Quando il silenzio tornò, non fu un vuoto. Fu uno spazio abitabile. Chiuse gli occhi. Non per dormire. Per ascoltarsi. E lì, nel fondo più lontano del silenzio, oltre le lacrime, oltre la vergogna, oltre la figura di Elena ormai cristallizzata nel sogno, sentì una voce. Non una voce esterna. Non un richiamo.

Era la sua.

Finalmente.

Capitolo 6 – La forma del silenzio

Aprì la finestra con un gesto esitante, come chi tocca qualcosa che potrebbe ferire o guarire. Le mani, ancora segnate da una stanchezza antica, spinsero i battenti verso l’esterno, e per un istante ci fu solo il suono del legno che si distaccava dal suo stesso torpore. Un rumore secco e lieve, e poi — finalmente — la luce.

Entrò senza chiedere permesso, la luce. Calda, ampia, sorprendentemente viva. Inondò la stanza come se avesse atteso per giorni dietro quei vetri sporchi, impaziente di tornare a far parte della sua vita. Si distese sui mobili, sulle pareti ingrigite, sui tappeti impolverati, risvegliando il colore dove sembrava non esserci più. Portava con sé l’odore complesso della città: un miscuglio ruvido e quotidiano di polvere, asfalto scaldato dal sole, gas di scarico e il profumo ostinato dei tigli, che fiorivano senza ritegno, incuranti di tutto, come se la bellezza potesse — a volte — esistere anche in assenza di spettatori.

Eugenio inspirò a fondo. L’aria gli entrò nei polmoni con la cautela di un primo passo dopo una lunga convalescenza. Non si sentiva guarito. Ma nemmeno più perso. Era come trovarsi sospeso in un punto intermedio, in un equilibrio fragile ma possibile, tra ciò che era stato e ciò che, forse, poteva ancora accadere. Era la soglia. Non più la soglia immobile dei sogni — quella che lo teneva inchiodato davanti alla porta — ma una soglia reale, viva, che si affacciava sul mondo e, in qualche modo, anche su di lui.

Iniziò a riordinare. Non per fretta, non per necessità. Solo per assecondare un bisogno lento, gentile, di ritrovare contatto. Lavò un piatto, poi un altro. Raccolse i libri sparsi, li accarezzò con lo sguardo prima di riporli. Buttò via fogli senza titolo, bollette scadute, pubblicità che ormai appartenevano a un tempo altro. Ogni oggetto, nel farsi toccare, sembrava restituirgli una frase semplice, quasi sussurrata: sei ancora qui. Ed era vero. Era ancora lì. Intero? No. Ma presente.

Accese la radio. Un suono lieve, poi una voce femminile cominciò a cantare in francese. Non capì le parole. Ma le accolse come si accoglie un dono inaspettato: non per decifrarlo, ma per sentirlo. Era una melodia intima, che sembrava parlare al corpo più che alla mente. Una preghiera laica, fatta non per chiedere, ma per accompagnare. Rimase in silenzio, lasciandola scivolare dentro, mentre si sedeva sul divano con una tazza calda tra le mani. E fu allora che successe.

Lei arrivò.

Non davvero. Non in carne e ossa. Non come un’apparizione, né come un’allucinazione. Ma come un ricordo vivo, pieno, tagliente. Una memoria così nitida da sembrare presente. Elena.

Era seduta sul tappeto, le gambe incrociate sotto di sé, un libro aperto tra le mani, una matita tra i denti. Lo sguardo concentrato, ma anche sospeso, come se stesse leggendo non solo le parole, ma anche gli spazi che le separavano. Quella postura l’aveva vista mille volte. E mille volte l’aveva amata, senza saperlo dire.

“Sai cos’è che manca alla tua scrittura?”, gli aveva chiesto una sera. La voce tranquilla, ma con quella punta precisa che solo chi ti conosce davvero sa usare.

“Cosa?”, aveva risposto lui, confuso, forse infastidito.

“Il silenzio.”

Aveva sorriso poi, Elena. Aveva aggiunto: “Le parole vivono meglio quando respirano.” Allora non l’aveva capita. O forse sì. Forse l’aveva capita troppo bene, e proprio per questo l’aveva respinta. Aveva avuto paura. Della verità contenuta in quelle parole, della semplicità con cui lei era capace di vedere ciò che lui passava la vita a mascherare.

Ora quella frase tornava a fiorire dentro di lui. Ma non come una condanna. Come una rivelazione maturata lentamente, come un seme che trova finalmente la sua stagione. La stanza era silenziosa, sì. Ma non era vuota. C’era un silenzio che non faceva paura. Un silenzio che accoglieva. Che sembrava abitato. Come se lei fosse ancora lì, non per rimanere, non per reclamare, ma per accompagnarlo nel lasciare andare.

Prese un vecchio quaderno da un cassetto. Era consumato, con gli angoli arricciati e le pagine ingiallite. Lo stesso che usava da ragazzo, quando scrivere significava esistere, lasciare un segno, gridare piano: io sono qui. Strappò una pagina. Scrisse solo poche parole, semplici ma definitive:

“Non sei più dolore.
Sei forma del silenzio.”

E poi uscì.

Non aveva una meta. Nessun piano. Ma sentiva, con chiarezza nuova, un desiderio lento e profondo di stare nel mondo. Di toccarlo, di respirarlo, di lasciarsene attraversare. Camminava senza fretta, senza orologio. Ogni passo era una scoperta. Ogni dettaglio — un uomo che leggeva il giornale fuori da un bar, una bambina che correva dietro un aquilone troppo grande per lei, due anziani che si dividevano un gelato con una cura che sfiorava la poesia — tutto sembrava offrirgli una possibilità. Non di capire. Ma di esserci.

La vita non era mai scomparsa. Era lui ad aver distolto lo sguardo. A lungo. Troppo a lungo. Ora, finalmente, osservava.

Si fermò in un parco. Il cielo sopra di lui era imperfetto. Azzurro a tratti, sporco di nubi, slabbrato come certe emozioni che non si riescono a nominare. Ma era reale. Non prometteva salvezza. Solo presenza. E tanto bastava.

“Non c’è più mare, non c’è più cielo,” pensò.
“Ma posso restituire il cielo alle cose. Anche solo per un attimo.”

E lo fece.

Seduto su una panchina, nel pomeriggio stanco e tiepido di una primavera ancora incompleta, Eugenio aprì la bocca. Non per spiegare, non per fuggire. Ma per restare.

E cantò.
Cantò piano, senza vergogna.
Per la prima volta, per se stesso.
Perché anche il silenzio, a volte, ha bisogno di una voce.

Capitolo 7 – Come un mantra

Eugenio tornò a scrivere senza clamore. Senza l’urgenza febbrile di dire tutto, né l’ambizione — che un tempo gli sembrava necessaria — di spiegare ciò che era rimasto in sospeso. Non fu una scelta meditata, né una sfida vinta. Accadde e basta. Come quando si torna a un gesto dimenticato, naturale come il respiro che riprende dopo un lungo trattenersi, quando il dolore si è fatto abbastanza quieto da non farsi più barriera.

All’inizio le parole si presentarono incerte, quasi timide. Frasi spezzate, abbozzate, che non cercavano una struttura, ma una voce. Non c’era una trama da costruire, né un protagonista da salvare. Non c’era più nemmeno il bisogno di evocare Elena, di interrogarne l’assenza o di ricostruirne i contorni. Il tempo aveva limato l’urgenza del chiarimento. Restava solo il gesto: scrivere per ascoltare, non per spiegare. Scrivere per avvicinarsi a sé stesso, come si fa con qualcosa di fragile, che si teme possa scappare se toccato con troppa decisione.

E, quasi senza rendersene conto, una frase cominciò a emergere alla fine di ogni pagina. Sempre la stessa. Una linea semplice, che pareva spuntare da sola, come un’eco o una firma involontaria:

“Canto come fosse un mantra.”

Non sapeva da dove fosse arrivata. Forse da una sera passata, o da un sogno che non ricordava. Ma la accoglieva. La lasciava posarsi lì, alla fine di ogni testo, come un respiro dopo il pensiero. Non c’era progetto. Solo fedeltà. A una voce interiore che finalmente non chiedeva di gridare, ma solo di essere seguita.

Aveva compreso, finalmente, che la loro storia non avrebbe mai avuto un ordine. Né una morale. Non c’erano conclusioni da trarre, verità da smascherare, colpe da assegnare con precisione chirurgica. C’erano stati due esseri umani, due anime inquiete, che avevano provato — con la dolcezza e l’ingenuità di chi cerca ossigeno in un altro respiro — a salvarsi. E come spesso accade in questi tentativi disperati e bellissimi, si erano anche fatti male. Ma con amore. Sempre con amore.

Eugenio era rimasto.

Non per caso, né per abitudine.
Era rimasto perché aveva imparato a vedere nel dolore una forma viva della propria esistenza. Non qualcosa da superare, ma da includere. Qualcosa da trasformare — non in verità o redenzione — ma in presenza piena. In qualcosa che potesse esistere, così com’era: incompleta, spezzata, ma reale.

Le notti erano ancora lunghe. Talvolta insonni. Ma avevano perso quel retrogusto di minaccia. Erano diventate uno spazio sospeso, dove osservare senza bisogno di interpretare. Seduto alla finestra, guardava le luci spegnersi piano nei palazzi, come battiti lontani, vite che continuavano a svolgersi anche senza la sua partecipazione. In quelle finestre semichiuse intravedeva mondi minuscoli: una madre che sistemava le coperte con movimenti pieni d’amore, un uomo che versava del vino come in un rito privato, due ragazzi che ridevano troppo forte per essere sobri — o forse solo liberi. Piccoli frammenti di realtà, che accadevano senza preoccuparsi di lui.

Il mondo non lo aspettava.
Ma nemmeno lo respingeva.
Accadeva.
Continuava ad accadere, con la stessa calma misteriosa e indifferente di sempre. E questo, ora, gli bastava.

Una sera, forse per nostalgia, forse per un bisogno che non sapeva più nominare, aprì il vecchio armadio e tirò fuori la chitarra. Era lì, ad aspettarlo. Le corde erano molli, coperte da un velo sottile di polvere. Ma le sue dita, appena posate sul legno, sembrarono ricordare. Ritrovarono il gesto, il peso, il ritmo.

Accordò con pazienza. Non aveva fretta. Ogni suono era una stretta di mano con qualcosa che non era mai sparito del tutto. Poi si fermò. Inspirò a fondo. E in quell’attimo, nella curva fragile del silenzio, gli tornò alla mente un nome: Jake. Quel musicista scomparso anni prima, in un paesino di mare. Non sapeva perché lo stesse pensando. Forse perché anche lui, in qualche modo, si era perso.

Eugenio cominciò a cantare.

Non era una canzone vera. Non aveva strofe né ritornelli. Non seguiva uno schema. Era un canto senza forma, senza meta, che conteneva tutto ciò che non era riuscito a dire a parole. Non era una supplica. Non chiedeva risposte. Era un atto puro. Un modo per esserci. Una presenza che non cercava ascolto, ma che si lasciava vibrare nello spazio, come una verità intima che non pretendeva testimoni.

La voce all’inizio era incerta. Poi, a poco a poco, si fece più piena. Rimbalzava sui muri, si infrangeva dolcemente sul soffitto, si diffondeva nei vetri. Sembrava accarezzare la stanza. Come un’onda che continua a tornare a riva, pur sapendo che non cambierà la linea della costa.

“Non c’è più mare, non c’è più cielo.
Solo una luce e una stanza.
Sono da solo tutta la notte, sento la tua mancanza.
Eri la forma del mio dolore, l’anima in una sostanza.
Non cerco la tua risposta…
Canto come fosse un mantra.”

Le parole non erano più una richiesta. Non cercavano consolazione. Non volevano nemmeno essere capite. Esistevano, e tanto bastava. Non erano un ponte verso il passato. Erano un’ancora, nel presente.

Elena non tornava più, nemmeno nei sogni. Ma qualcosa di lei rimaneva. Non un’ombra. Non un’illusione. Una traccia. Una presenza silenziosa che aveva smesso di ferire, e aveva cominciato a testimoniare. Un frammento vivo della sua storia. Qualcosa che non chiedeva di essere tenuto, ma nemmeno dimenticato.

Eugenio lasciò che la voce si spegnesse da sola. Non forzò la fine. La lasciò svanire, come si lascia consumare una candela che ha fatto il suo dovere. Rimase in silenzio. Un silenzio diverso. Non quello del vuoto, ma quello pieno di chi, finalmente, non teme più di restare con se stesso.

La stanza era buia, ma non più ostile. Era diventata un luogo. Un rifugio. Un altare quotidiano dove poter posare la memoria senza che bruciasse. Da lì, si poteva anche ripartire.

Si alzò lentamente. Spense la luce.
Andò a dormire.

Non perché tutto fosse stato detto.
Non perché tutto fosse stato guarito.

Ma perché, finalmente, aveva trovato un modo per abitare ciò che restava.
Quanto bastava.

Epilogo – La stagione che non ha nome

Il treno correva piano, come se anche lui avesse rispetto per quel giorno che non voleva affrettare nulla.

Eugenio guardava fuori dal finestrino. La campagna si stendeva come un pensiero lungo e irregolare, punteggiata da casolari abbandonati, alberi piegati dal vento, qualche cavallo solitario. Non aveva scelto una meta precisa. Aveva aperto una mappa, posato il dito a caso e comprato un biglietto per quella città di cui sapeva poco o niente. Non cercava qualcosa. Cercava distanza. Forse anche leggerezza.

Aveva con sé un libro sottolineato a metà, intitolato “Uragani e Farfalle”, una bottiglia d’acqua mezza vuota e il vecchio quaderno dei suoi vent’anni, lo stesso in cui aveva scritto “Non sei più dolore. Sei forma del silenzio”. Lo aveva ritrovato sotto un cuscino giorni prima, come se fosse emerso da solo, stanco di essere dimenticato.

Il vagone era quasi vuoto. Una donna con le cuffie muoveva la testa a ritmo di qualcosa che sembrava lento. Due sedili più avanti, un uomo anziano dormiva con il mento affondato nel petto, una giacca troppo grande ad abbracciarlo. Di fronte a lui, una bambina teneva una piuma tra le dita e la soffiava in aria con la cura che si dedica a ciò che non si capisce, ma si ama.

Eugenio li osservava senza invadenza, come si guarda un film muto in una lingua che, all’improvviso, comincia ad avere senso. Per la prima volta da mesi non si sentiva fuori posto. Non felice. Non risolto. Ma presente.

C’era qualcosa di nuovo nell’aria: una stanchezza che non era più disperazione, una calma che non veniva dalla fuga, ma dalla resa. Una resa pulita, lucida. Non più resistere, ma lasciar fluire.

Chiuse gli occhi. Restò lì qualche minuto, immerso in un buio morbido. Quando li riaprì, il paesaggio era cambiato: colline, una strada sterrata, un campo coltivato di recente. Qualcosa in lui si mosse. Non un pensiero. Un piccolo sì.

Prese il telefono. Nessuna notifica. Nessun messaggio da leggere, nessuna chiamata persa. Per un attimo esitò, poi aprì l’app delle note e scrisse:

“Ci sono giorni in cui il silenzio non pesa. Solo accompagna.
E io, oggi, non gli cammino contro.
Gli cammino accanto.”

Rimise il telefono nello zaino. Non aveva bisogno di altro.

Il treno rallentò. Una stazione piccola, il nome sbiadito sulla pensilina. Non sapeva cosa avrebbe trovato lì, né se sarebbe rimasto a lungo. Ma si alzò, raccolse il libro e il quaderno, si sistemò il colletto della giacca come se stesse entrando in scena in una vita nuova — o in quella di sempre, ma vista da un altro lato.

Scese dal treno e si lasciò attraversare dalla luce.

Era primavera, forse.
O solo una stagione che non ha nome.
Ma per la prima volta, non cercò di definirla.

Camminò.
Non per perdersi.
Per vedere dove poteva arrivare.


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