Ho immaginato questa breve storia ascoltando la canzone Supermercato di Giorgio Poi. Fatemi sapere cosa ne pensate.
Entrò al supermercato senza pensarci troppo, solo per ripararsi dal freddo.
Le porte automatiche si aprirono con quel suono secco e familiare, e per un attimo ebbe la sensazione di essere tornato in un posto che conosceva bene, anche se non ricordava esattamente quando fosse stata l’ultima volta.
Forse con lei.
L’aria dentro era tiepida, quasi irreale. Sapeva di plastica, di pane confezionato, di detersivo. Un odore che non apparteneva a nessuno, e proprio per questo sembrava accogliere tutti.
Prese un carrello più per abitudine che per necessità.
La ruota davanti a destra faceva un rumore storto, come se avesse qualcosa da dire e non riuscisse a dirlo bene.
Non gli serviva niente.
O forse sì, ma non era in vendita.
Si fermò davanti alla frutta. Arance lucide, mele perfette, banane tutte uguali. Pensò a quante volte avevano discusso su quali scegliere, lei che le voleva mature al punto giusto, lui che prendeva la prima cosa che capitava.
Allungò una mano verso una mela, poi la lasciò lì.
Camminava piano, senza una direzione precisa, come se il supermercato fosse diventato una mappa dei suoi pensieri. Ogni corsia un ricordo, ogni scaffale un dettaglio che tornava a galla senza chiedere permesso.
Nel reparto detersivi qualcuno aveva lasciato un tappo aperto.
Lo avvicinò al naso quasi per istinto.
Profumo di pulito.
Di casa.
Di qualcosa che una volta esisteva.
Richiuse il flacone con cura, come se quel gesto potesse rimettere a posto anche il resto.
Continuò a camminare.
Le luci al neon ronzavano leggere sopra la testa, riflettendosi sui pavimenti lucidi. I cartellini gialli gridavano sconti, offerte, occasioni irripetibili. Tutto sembrava avere un prezzo, tutto sembrava negoziabile.
Tranne quello che aveva perso lui.
Si fermò un attimo, appoggiando entrambe le mani sul manico del carrello.
Il telefono vibrò in tasca.
Lo tirò fuori.
Nessun messaggio importante, solo notifiche inutili. Aprì la galleria quasi senza accorgersene. Le foto erano ancora lì. Vacanze, cene, momenti piccoli e insignificanti che adesso sembravano enormi.
Scorrere quelle immagini gli faceva male in un modo preciso, ordinato.
Un dolore che non faceva rumore.
Chiuse tutto.
Arrivò davanti ai surgelati. Aprì uno sportello a caso e il freddo gli investì il viso. Rimase lì qualche secondo, senza prendere niente, solo per sentire qualcosa di netto, di reale.
Poi richiuse.
Fu allora che la vide.
All’inizio fu solo una sensazione.
Come quando riconosci una presenza prima ancora di metterla a fuoco.
Poi il suo sguardo si fermò.
Era lei.
Al banco degli affettati.
Di profilo, con i capelli raccolti in modo distratto, qualche ciocca sfuggita. Il cappotto che conosceva bene, quello che diceva sempre essere troppo pesante ma che poi metteva comunque.
Stava parlando con la commessa, indicando qualcosa dietro il vetro.
Sorrise.
Un sorriso piccolo, normale. Non quello che faceva con lui quando rideva davvero. Uno di quelli quotidiani, che si regalano al mondo senza pensarci.
Il suo cuore reagì in modo stupido.
Un colpo secco, improvviso, quasi fuori luogo.
Fece un passo avanti.
Poi si fermò.
Le parole gli si bloccarono da qualche parte tra il petto e la gola. Non era nemmeno sicuro di cosa avrebbe detto. “Ciao”? “Come stai”? Sembravano tutte frasi troppo leggere per reggere il peso di quello che c’era stato.
Così rimase lì.
Un passo indietro rispetto a lei.
Come ormai era diventato tutto.
Si spostò leggermente, nascondendosi dietro uno scaffale di sottaceti. Da lì poteva vederla senza essere visto. Un gesto infantile, forse, ma era l’unico modo che aveva per restare ancora un po’ in quel momento senza romperlo.
La osservò mentre sceglieva, annuiva, pagava.
Gesti semplici.
Precisi.
Autonomi.
Era questo che faceva più male.
Non la sua presenza, ma la sua indipendenza da lui.
Non aveva bisogno di lui per scegliere il prosciutto, per fare la spesa, per riempire una sera qualsiasi.
Stava bene anche senza.
Quando prese il sacchetto e si voltò per andare verso le casse, lui fece istintivamente un mezzo passo avanti. Per un attimo i loro sguardi rischiarono di incrociarsi.
Poi lei abbassò gli occhi.
E continuò a camminare.
Lui rimase fermo.
Il carrello vuoto davanti a sé.
Il supermercato intorno continuava a vivere: voci, passi, bambini che correvano, casse che suonavano. Tutto andava avanti con una naturalezza quasi offensiva.
Restò lì ancora qualche minuto.
Poi, lentamente, si mosse.
Prese una bottiglia d’acqua.
Un pacco di biscotti in offerta.
Niente che richiedesse una scelta vera.
Alle casse evitò di guardare verso l’uscita, come se potesse ancora essere lì, da qualche parte, anche se sapeva che non era così.
Pagò.
Uscì.
L’aria fredda lo accolse di nuovo, ma stavolta non lo colse di sorpresa. Era come se, nel frattempo, si fosse abituato.
Si fermò un attimo sul marciapiede, infilando le mani nelle tasche.
Pensò che forse crescere è anche questo:
imparare a stare nei posti dove una volta si era in due, senza cercare continuamente l’altra metà.
Dietro di lui, le porte automatiche si aprivano e chiudevano, inghiottendo e restituendo persone.
Da qualche parte, in un altro corridoio, in un altro momento, lei stava facendo la spesa.
Da sola.
E per la prima volta, l’idea non gli sembrò più solo triste.
Gli sembrò vera.


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