Uragani e Farfalle

Storie brevi e fotografie


Radiografie sul tetto

Il deserto non arrivava mai all’improvviso.
Avanzava piano, con una pazienza quasi crudele, come un animale che conosce il suo destino e non ha alcuna fretta di raggiungerlo. A volte ricopriva un marciapiede in una notte soltanto, altre impiegava settimane intere per insinuarsi tra le crepe di un parcheggio abbandonato, come se fosse intento a contare le mattonelle una per una. La sabbia aveva la capacità di piegare ogni cosa al suo ritmo, e con essa piegava anche noi, che la osservavamo scivolare lenta lungo i muri, insinuarsi nelle serrande dei negozi chiusi da anni, inghiottire le lettere delle insegne fino a renderle indecifrabili.

Ogni sera, quando il cielo assumeva quel colore tra il grigio e il viola che annuncia l’arrivo delle falene, io e Marta salivamo sul tetto. Non avevamo deciso un orario preciso, ma ci trovavamo sempre lì, quasi obbedendo a una regola non scritta. Io portavo lattine di birra trovate nei magazzini vuoti: non tutte erano bevibili, alcune sapevano di ruggine o di polvere, ma continuavamo a stapparle come se fosse l’ultimo lusso concesso agli abitanti di un mondo che cadeva a pezzi. Marta arrivava invece con una piccola pila di fogli. Erano radiografie.

Ogni volta me ne mostrava una diversa: una mano aperta come per chiedere qualcosa, un torace che sembrava un paesaggio lunare, delle vertebre che paiono colonne di un tempio crollato. Li teneva controluce e mi diceva:
— Così non possiamo mentirci. Così rimaniamo trasparenti. Alla fine, non siamo altro che ossa e ombre.

Io non avevo la stessa varietà. Custodivo solo una radiografia del polmone destro, con una macchia scura che i medici non avevano mai saputo spiegare. Ogni volta la agitavo in aria come se fosse una bandiera, ridendo di me stesso, di quella macchia che sembrava un piccolo continente disperso in un mare bianco. Marta mi osservava in silenzio. Sorrideva, ma i suoi occhi scuri tradivano una malinconia che la sabbia non riusciva a seppellire.

Sul tetto avevamo costruito un museo improvvisato, un cimitero di ricordi che chiamavamo i nostri monumenti. C’erano bottiglie di vetro allineate come soldati muti, una bicicletta rotta issata in verticale, una giacca appesa a un palo che oscillava con il vento come una bandiera stanca. Ogni oggetto apparteneva a qualcuno che non c’era più: amici dissolti nel silenzio, conoscenti scivolati via senza avvisare, figure che avevano smesso di rispondere quando le chiamavamo per nome.

— Un giorno il vento spazzerà via anche questi ricordi — disse Marta una sera, sfiorando con la punta delle dita la manica sfilacciata della giacca.
— E allora li rifaremo — risposi. — Ogni volta più grandi, più ridicoli. Non ci toglieranno la memoria.

Ridevamo, e quel ridere sembrava far vibrare l’aria, come se potesse realmente tener lontano il deserto.

Intorno a noi, la città crollava piano. Dall’alto vedevamo le pattuglie che percorrevano le strade vuote, con i fari che inseguivano il volo incerto delle falene. Le guardavamo come si guardano le comete: piccole, luminose, pronte a bruciare in un attimo. Sembrava quasi che quelle pattuglie non stessero dando la caccia a nessuno, ma solo alle farfalle notturne. Eppure, c’era qualcosa di inquietante in quella insistenza.

Marta aveva ventisette anni e un coraggio che spesso sconfinava nell’incoscienza. I suoi capelli sapevano di pioggia, anche nelle settimane in cui non cadeva una sola goccia dal cielo. Era come se portasse con sé una nuvola personale, invisibile, che la accompagnava ovunque. Quando la guardavo, avevo la sensazione che prima o poi quella nuvola si sarebbe aperta, e allora nessuno di noi due sarebbe rimasto asciutto.

Io mi chiamavo Alessandro, e non avevo nulla di speciale da offrire. Portavo addosso la stanchezza di chi non era mai riuscito a partire, e forse non aveva mai saputo davvero dove andare. Ma in quelle sere, sul tetto, con la sabbia che avanzava intorno a noi, la stanchezza sembrava un dettaglio insignificante.

Rimaneva soltanto questo: il tetto, il vento, le radiografie che sventolavano come vessilli di un regno in rovina, e il nostro piccolo museo di cose inutili che continuava a crescere ogni giorno, contro ogni logica.

Questo è il primo capitolo del mio racconto “Cara Catastrofe“; se ti va di leggerlo lo trovi qui. Fammi sapere cosa ne pensi.


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