Uragani e Farfalle

Storie brevi e fotografie


La stanza dove finiscono le paure

Alle 3:12 della notte sentii bussare alla porta. Non aspettavo nessuno e, a quell’ora, non c’era nessuna ragione perché qualcuno potesse trovarsi davanti a casa mia, così rimasi per qualche secondo seduto sul bordo del letto, ascoltando il silenzio che era tornato immediatamente dopo quei tre colpi leggeri, chiedendomi se li avessi davvero sentiti oppure se fossero stati soltanto un’altra delle cose che la notte aveva deciso di farmi immaginare.

Da qualche tempo dormivo poco e avevo cominciato a pensare che le ore notturne avessero un peso diverso da quelle del giorno. Di giorno il tempo sembrava sapere dove andare, scorreva tra il lavoro, le telefonate, le persone incontrate per strada e le cose da fare, mentre di notte rimaneva fermo, come se qualcuno avesse dimenticato di farlo ripartire.

Mi alzai comunque e attraversai il corridoio.

Quando aprii la porta, lei era lì.

Indossava un cappotto troppo leggero per quella stagione e teneva le mani nelle tasche, come faceva sempre quando non sapeva cosa dire. La guardai senza riuscire a trovare una domanda abbastanza sensata da rivolgerle e lei, come se avesse capito che in quel momento le parole non sarebbero servite a molto, disse soltanto:

«Posso entrare?»

Feci cenno di sì.

Non le chiesi come avesse fatto a sapere che avevo bisogno di lei, né da dove fosse arrivata, perché in certe notti le domande sembrano avere il potere di rovinare le cose e io avevo la sensazione che quella notte fosse una di quelle in cui bisognava stare attenti a non toccare troppo la realtà.

Si sedette sul divano e rimase a guardare il pavimento.

Io invece rimasi in piedi, con una mano appoggiata allo stipite della porta, come se avessi ancora bisogno di qualcosa che mi impedisse di cadere.

«Hai ancora paura?» mi domandò.

Guardai l’orologio appeso alla parete.

Le lancette segnavano le 3:12.

«Sì», risposi.

Lei annuì senza sorpresa, come se quella fosse una risposta perfettamente normale.

Dopo qualche secondo si alzò e cominciò a camminare lentamente per casa, osservando le stanze come se non le avesse mai viste prima. Aprì la porta del bagno, guardò dentro l’armadio della camera da letto e si chinò persino per controllare sotto il letto, cosa che mi fece sorridere nonostante tutto.

«Cosa stai cercando?»

«La tua paura.»

La guardai senza capire.

«Dov’è?» continuò.

Avrei voluto dirle che non lo sapevo, che la paura non era una cosa che si poteva trovare nascosta da qualche parte, ma in quel momento lei si era già fermata davanti alla finestra e osservava il vetro scuro, nel quale si rifletteva la stanza.

Mi avvicinai.

Fuori non c’era quasi nulla, soltanto la strada vuota, qualche automobile parcheggiata e le finestre ancora illuminate degli appartamenti di fronte.

«È lì», disse.

«Dove?»

Indicò il mio riflesso.

Rimasi a guardarlo.

Per qualche ragione mi sembrò di vedere un uomo che conoscevo bene ma che non ero più sicuro di essere io. Aveva gli occhi stanchi, i capelli spettinati e quella stessa espressione che avevo imparato a indossare negli anni, quella che serviva a convincere gli altri che andava tutto bene anche quando dentro qualcosa continuava a fare rumore.

«Non voglio essere qui», dissi.

Lei rimase in silenzio per qualche secondo.

«Dove?»

«Dentro di me.»

Pensai che avrebbe sorriso, o che avrebbe detto qualcosa di intelligente, magari una di quelle frasi che le persone usano quando vogliono convincerti che tutto ha un senso. Invece non disse nulla. Si avvicinò soltanto e appoggiò la fronte sulla mia spalla.

Fuori, intanto, il cielo aveva cominciato a cambiare colore.

«Sai qual è il problema dell’alba?» disse.

Scossi la testa.

«Che pretende sempre di avere ragione.»

Mi venne da ridere, e quella risata mi sembrò così fuori posto che per qualche secondo pensai di essermela immaginata.

Rimanemmo davanti alla finestra mentre la luce cresceva lentamente dietro i palazzi, senza che nessuno dei due sentisse il bisogno di parlare. Poi mi accorsi che il suo corpo era diventato leggerissimo, quasi trasparente, come se dentro quel cappotto non ci fosse più una persona ma soltanto qualcosa che aveva preso in prestito la sua forma per arrivare fino a me.

«Non andare», dissi.

Lei mi strinse la mano.

«Non sto andando.»

Abbassai gli occhi.

La sua mano era ancora nella mia, calda e reale, ma dall’altra parte della finestra la strada era scomparsa.

Al suo posto c’era un mare immobile.

Non era un mare come quelli che avevo conosciuto durante l’estate, quando il vento muove la superficie e le onde arrivano sulla spiaggia una dopo l’altra. Era completamente fermo e talmente scuro da sembrare infinito. Sulla sua superficie galleggiavano oggetti che riconobbi uno alla volta, come se qualcuno avesse raccolto tutto ciò che avevo avuto paura di perdere e lo avesse lasciato andare sull’acqua.

C’era una fotografia che non ricordavo di avere mai scattato, un biglietto del treno con una data ormai lontana, un maglione che avevo smesso di mettere senza sapere esattamente perché, una voce che sembrava arrivare da molto lontano e, poco più in là, il ricordo preciso di un’estate che avevo creduto di aver dimenticato.

Poi vidi una persona.

Era in piedi sulla riva opposta.

Non riuscivo a distinguere il volto, ma sapevo che mi stava guardando.

«Devo andare», disse lei.

«Perché?»

«Perché ormai hai imparato a restare.»

Scossi la testa.

«Non è vero.»

«Lo sarà.»

Mi strinse ancora una volta la mano e poi la lasciò andare.

Quando mi svegliai erano le 7:46.

La stanza era vuota e la luce del mattino entrava dalle tende con una precisione quasi crudele. Per qualche minuto rimasi immobile, cercando di ricordare se fosse successo davvero oppure se avessi semplicemente sognato tutto, finché sul comodino non vidi un bicchiere d’acqua che non ricordavo di aver riempito.

Accanto al bicchiere c’era un piccolo foglio piegato in due.

Lo aprii.

La calligrafia era la sua.

C’erano soltanto quattro parole:

Resta ancora un po’.

Guardai fuori dalla finestra.

La città aveva già ricominciato a fare rumore; automobili, voci, porte che si chiudevano, qualcuno che trascinava un bidone lungo il marciapiede. Era il rumore normale di ogni mattina, quello che per anni avevo considerato soltanto un fastidio, ma quella volta mi sembrò diverso, quasi necessario.

Mi sdraiai di nuovo sul letto e chiusi gli occhi.

La paura era ancora lì, da qualche parte dentro di me, e non era diventata più piccola soltanto perché quella notte avevo sognato qualcuno capace di guardarla in faccia.

Forse non sarebbe mai scomparsa.

Forse crescere non significava imparare a non avere paura, ma soltanto imparare a conviverci senza lasciarle decidere dove andare.

Prima di addormentarmi pensai alla finestra, al mare immobile e a quella strana stanza che avevo visto nel sogno, una stanza che non esisteva in nessuna parte della casa e che, tuttavia, avevo la sensazione di conoscere da sempre.

Forse era proprio lì che finivano le nostre paure quando smettevamo di combatterle.

In una stanza senza porte, da qualche parte tra il sonno e il mattino, dove potevano aspettarci senza farci del male.

E forse, ogni tanto, bastava sapere che quella stanza esisteva per riuscire a dormire ancora un po’.


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