Le morti bianche
Le cravatte blu
Il tuo fuoco amico
L’eyeliner per andare in guerra
Nell’estrema sinistra della galassia, dove per l’umidità del garage
La nostra anima che ansimava era per un’occupazione temporanea
Era una gara di resistenza
Partigiano portami via
Saremo come dei dirigibili
Nei tuoi temporali inconsolabili
Dammi cinquanta centesimi
Dammi cinquanta centesimi
Non mi ero accorto che i tuoi orecchini per i riflessi
Lanciavano dei piccoli lampi
Non avevo capito la direzione dei tuoi sguardi
Che siamo donne, siamo donne oltre il burqa e le gonne
Metteremo dei letti dappertutto, dei materassi sporchi volanti
Si sparse dovunque l’odore dei disinfettanti
Saremo come gli aironi che abitano vicino al campo nomadi
Andremo ancora a letto vestiti
Come ai tempi dei primi freddi e degli elenchi telefonici sui reni
Delle scintille che facevi ti diranno che sei poco produttiva
Proprio adesso che l’America è vicina
È come andare sulla luna in Fiat Uno
È come lavorare in Cina
Ma sei sempre il sole che scende in un ufficio pubblico
Per appenderci un altro crocifisso
E di sera nelle zone artigianali
Per tradirsi e
Per brillare come le mine e le stelle polari
E sempre come un amuleto tengo i tuoi occhi nella tasca interna del giubbotto
E tu tornerai dall’estero, forse tornerai dall’estero
E tu tornerai dall’estero, forse tornerai dall’estero
Adesso che quando ci parliamo i nostri aliti fanno delle nuvole
Che fanno piovere
Adesso che quando ci parliamo i nostri aliti fanno delle nuvole
Che fanno piovere
Adesso che quando ci parliamo i nostri aliti fanno delle nuvole
Che fanno piovere
(Le luci della centrale elettrica – Quando tornerai dall’estero)

Quando ci conoscemmo lavoravamo entrambi in un posto che nessuno avrebbe saputo indicare sulla mappa.
Era una zona industriale ai margini della città, fatta di capannoni con le insegne mezze spente, parcheggi pieni di automobili che sembravano abbandonate e strade che la sera diventavano così vuote da dare l’impressione che anche il mondo avesse deciso di andarsene. Noi eravamo lì per un contratto di tre mesi, che poi diventò di sei, e poi di nuovo di tre, come se la nostra vita fosse stata scritta con una matita che qualcuno continuava a cancellare.
Lei arrivava sempre cinque minuti prima di me.
La vedevo attraverso il vetro della porta mentre fumava una sigaretta con il cappotto ancora addosso, anche quando non faceva particolarmente freddo. Portava due piccoli orecchini argentati che prendevano la luce dei lampioni e la rimandavano indietro in lampi improvvisi, così brevi che all’inizio pensai fossero soltanto un difetto dei miei occhi stanchi.
Non avevo capito che erano gli orecchini.
Non avevo capito nemmeno che mi stava guardando.
Per mesi ci dicemmo soltanto buongiorno.
Poi, una sera di novembre, saltò la corrente.
Eravamo rimasti in quattro dentro il capannone, ma gli altri uscirono quasi subito, lasciandoci al buio con il rumore della pioggia sul tetto e l’odore del disinfettante che sembrava non voler andare via nemmeno quando tutto il resto era spento.
Lei accese la torcia del telefono.
«Sembra di essere sulla luna.»
«Con meno ossigeno.»
Rise.
Fu così che cominciammo a parlare.
Scoprimmo di avere entrambi un lavoro che non volevamo, una stanza che non sentivamo davvero nostra e un elenco di cose che avremmo voluto fare prima o poi, quando avessimo avuto abbastanza soldi, abbastanza tempo o abbastanza coraggio.
Naturalmente non arrivò mai il momento giusto.
Così iniziammo a inventarcelo.
Ci vedevamo dopo il lavoro e camminavamo senza una destinazione precisa, attraversando le zone artigianali dove le insegne al neon illuminavano soltanto metà delle facciate e i capannoni sembravano enormi animali addormentati.
Qualche volta compravamo una birra e ci sedevamo sul cofano della sua macchina.
Altre volte tornavamo a casa mia, ancora vestiti con gli abiti del lavoro, e ci addormentavamo sul divano senza nemmeno togliere le scarpe.
Dicevamo che era provvisorio.
Lo dicevamo di tutto.
Del lavoro.
Della città.
Di noi.
Un pomeriggio lei mi disse che aveva trovato un lavoro all’estero.
«Per quanto?»
«Non lo so.»
«Quando parti?»
«Tra due settimane.»
Cercai di essere felice per lei, perché pensavo fosse quello che si fa quando qualcuno che ami trova una possibilità migliore della vita che sta vivendo.
Le dissi che era una buona cosa.
Lei mi guardò per qualche secondo e poi sorrise.
«Sei terribile quando fai finta di essere adulto.»
Quella sera camminammo fino alla fine della strada industriale.
Oltre i capannoni iniziavano i campi, e oltre i campi c’era soltanto il buio.
«Tornerai?» le chiesi.
«Forse.»
Non mi piaceva quella parola.
Era troppo piccola per contenere una promessa e troppo grande per essere una rinuncia.
La mattina della sua partenza le infilai una fotografia nella tasca interna del giubbotto.
Era una fotografia venuta male, scattata mesi prima davanti al capannone, con il cielo bianco e noi due quasi fuori dall’inquadratura.
«Cos’è?»
«Un amuleto.»
«Porta fortuna?»
«Non lo so.»
Lei sorrise.
«Allora è perfetto.»
Partì.
Per qualche mese continuammo a scriverci.
Poi i messaggi diventarono meno frequenti, le telefonate più brevi e le nostre vite cominciarono lentamente a costruirsi intorno all’assenza dell’altro.
Io trovai un altro lavoro.
Lei cambiò città.
Ogni tanto la cercavo sui social e vedevo fotografie di strade che non conoscevo, persone di cui non avevo mai sentito parlare e cieli stranieri che sembravano appartenere a un’altra stagione.
Poi, una sera d’inverno, ricevetti un messaggio.
Sono tornata.
Nient’altro.
Ci incontrammo nello stesso posto dove avevamo lavorato, anche se nel frattempo il capannone era stato chiuso e sulla porta qualcuno aveva appeso un cartello con scritto affittasi.
Faceva molto freddo.
Lei aveva lo stesso cappotto di allora.
Gli stessi orecchini.
Quando mi vide sorrise.
«Sei invecchiato.»
«Anche tu.»
«Non è vero.»
«No.»
Restammo qualche secondo senza sapere cosa dire.
Avevamo immaginato quel momento così tante volte che, quando finalmente arrivò, ci sembrò quasi una cosa già vissuta.
Cominciammo a camminare.
Parlammo di tutto quello che era successo mentre eravamo lontani, cercando di riempire i vuoti con parole che non potevano davvero riempirli.
Poi arrivammo davanti al vecchio capannone.
Il vento era gelido e ogni volta che parlavamo il nostro respiro diventava visibile.
Piccole nuvole bianche che si formavano tra noi e poi scomparivano.
Lei ne fece una con un lungo sospiro.
«Guarda.»
«Cosa?»
«Sembra che stiamo facendo il tempo.»
La guardai.
«Forse è quello che facciamo sempre.»
Rimanemmo lì, a parlare e respirare, finché il cielo sopra di noi diventò completamente bianco.
E allora cominciò a piovere.
Non una pioggia forte, soltanto poche gocce sottili che cadevano lentamente sull’asfalto, sui tetti dei capannoni e sui nostri cappotti.
Lei alzò il viso.
«Vedi?»
«Cosa?»
«Te l’avevo detto.»
«Cosa?»
Mi guardò sorridendo.
«Che le nostre nuvole prima o poi avrebbero fatto piovere.»
E per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti, nessuno dei due ebbe bisogno di chiedere quanto sarebbe durato.
Eravamo lì.
In quella periferia dimenticata, sotto una pioggia arrivata chissà da dove, con i nostri lavori precari, le nostre partenze sbagliate e tutte le cose che ancora non sapevamo fare.
Ma eravamo lì.
E quella volta, almeno quella volta, sembrava abbastanza.


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