Uragani e Farfalle

Storie brevi e fotografie


Prologo di “Altalene”

Il parco dormiva sotto un cielo senza stelle. Non era buio completo, ma una penombra grigia, lattiginosa, che rendeva ogni contorno incerto, come se la realtà esitasse a mostrarsi. Il cancello arrugginito gemeva piano, oscillando al minimo tocco del vento, e quel suono somigliava al lamento di un animale ferito.

Le altalene, più avanti, si muovevano da sole. Lente, regolari, come se mani invisibili avessero continuato a spingerle attraverso gli anni, incuranti del tempo e dell’abbandono. Ogni gemito metallico si confondeva con il fruscio delle foglie, ma aveva qualcosa di diverso: un ritmo che sembrava ricordare, o chiamare.

Federico si fermò a pochi passi, le mani affondate nelle tasche, il cuore che batteva più in fretta del dovuto. Ogni volta che tornava lì, avvertiva la stessa vertigine: come se quell’angolo di mondo fosse rimasto sospeso in un presente eterno, intrappolato tra memoria e sogno. Bastava oltrepassare il cancello per sentire che il tempo, dentro quel perimetro di alberi e ghiaia, non scorreva come altrove.

Eppure, ogni volta, cedeva.

Fece un passo avanti. La ghiaia scricchiolò sotto le suole, e il rumore, pur minimo, parve eccessivo in mezzo a quel silenzio gonfio. Le catene delle altalene gemettero più forte, come se avessero percepito il suo ingresso. Federico trattenne il fiato, e in quell’istante – breve come un battito – gli parve di distinguere una risata. Lontana, spezzata, ma familiare.

Chiuse gli occhi. L’aria gli si infilò nei polmoni, gelida e troppo densa.
E poi la sentì.

Una voce.
Appena un sussurro, ma nitido.

«Sei in ritardo.»

Un brivido gli corse lungo la schiena. Aprì di scatto gli occhi.

Il parco era vuoto.
Solo il vento, solo il cigolio delle catene.
E le altalene, che continuavano a oscillare lente, come se sapessero qualcosa che lui aveva dimenticato.

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