Elio non aveva mai saputo bene da cosa stesse scappando.
Era come se la sua vita fosse stata una fuga senza una meta precisa, un continuo scivolare lontano dalle cose senza mai affrontarle veramente. Forse scappava dal silenzio pesante che sembrava avvolgere la casa in cui era cresciuto, il silenzio che spesso riempiva gli spazi vuoti tra lui e sua madre. Quegli sguardi sfuggenti, pieni di non detti, di parole mai pronunciate, di una presenza che non si era mai fatta abbastanza reale. E poi c’era suo padre, che non aveva mai avuto il coraggio di restare, un’assenza che pesava più della sua presenza. Il ricordo di lui si dissolveva come sabbia tra le dita, lasciando solo il vuoto, e forse Elio scappava da questo vuoto, cercando di sfuggire a una realtà che non aveva mai trovato conforto nel suo cuore.
O forse scappava da se stesso, dal costante senso di estraneità che provava ogni volta che cercava di appartenere a qualcosa o a qualcuno. Ogni volta che tentava di radicarsi, sentiva il terreno sgretolarsi sotto i suoi piedi. Le sue stesse mani sembravano incapaci di trattenere qualcosa che non fosse il vento o l’acqua, come se la stabilità fosse un concetto troppo lontano da afferrare, troppo fragile per essere posseduto. A volte si chiedeva se fosse davvero destinato a restare in un posto, a trovare un luogo che gli desse un senso di casa, di appartenenza. Ma sembrava che la sua natura fosse quella di muoversi, di cercare senza mai fermarsi. Un bisogno insaziabile di fuggire, di andare sempre oltre.
Da ragazzino, non conosceva altro che il movimento. Le strade del porto erano il suo territorio, il suo campo di battaglia, il suo parco giochi. Le sue giornate si intrecciavano con i suoni del mare, le grida dei pescatori, il rumore dei motori delle barche. Le mani erano sempre in movimento, infilate nelle reti, a rubare pesche dalle cassette di legno nei mercati affollati, senza che nessuno riuscisse a fermarlo. Ricordava ancora il sapore acidulo delle pesche rubate, il succo che gli colava lungo le dita, il frutto che si mescolava al sale della pelle. Ogni morso era un atto di ribellione, un modo per sentirsi vivo in un mondo che gli sembrava troppo silenzioso, troppo immobile. Il vento gli bruciava la faccia, ma lui non si fermava mai. Ogni volta che qualcuno provava a fermarlo, scivolava via come acqua tra le mani, come se il mondo stesso non riuscisse a trattenere la sua essenza.
Aveva provato a trovare un posto nel mondo, a fermarsi, ma sembrava che nulla potesse davvero tenerlo ancorato. Lavorava nei cantieri navali, con la pelle coperta di polvere, le mani ruvide dal sale e dal ferro. Trascorreva le giornate in mezzo a rumori metallici e odori di carburante, mentre la fatica gli scorreva nelle vene. La sera, tornava a casa con le braccia doloranti, i muscoli tesi dal lavoro, ma non c’era soddisfazione in quel dolore. Non c’era nulla che lo legasse a quel mondo di uomini che si sedevano a bere birra e a parlare di famiglie, di futuro. Quella vita, quella realtà che sembrava così normale per gli altri, gli appariva come un paesaggio lontano, qualcosa che non gli apparteneva. Non sapeva cosa significasse restare, cosa volesse dire costruire qualcosa che durasse, qualcosa che potesse dare un senso a ciò che stava facendo. Ogni tentativo di rimanere sembrava fallire, come se il suo cuore fosse destinato a battere fuori dal ritmo del resto del mondo.
Aveva lavato piatti in ristoranti che odoravano di pesce e olio rancido, immerso in un calore soffocante che gli faceva appiccicare la pelle, con l’acqua che gli colava lungo la schiena mentre le mani, intrise di detersivo e grasso, correvano freneticamente tra i piatti sporchi. La stanchezza si faceva sentire, ma non era quella la sua vera lotta. La sua lotta era il desiderio di andare via, di non fermarsi mai. Ogni sera, quando il lavoro era finito e si ritrovava solo nella cucina buia, guardava fuori dalla finestra, il mare che luccicava al di là delle strade, e si chiedeva se sarebbe bastato saltare su una barca qualsiasi, alzare le vele e sparire per sentirsi davvero libero. L’idea di fuggire, di staccarsi da tutto ciò che lo imprigionava, era sempre lì, a fargli compagnia. Ma poi la realtà tornava sempre, e il desiderio di scappare veniva sopraffatto dal peso delle sue stesse incertezze.
Aveva anche cercato di fermarsi altrove, di costruire qualcosa con un’altra persona. Una volta, per un breve periodo, aveva seguito una ragazza in una città lontana, convinto che l’amore potesse essere il legame che lo avrebbe tenuto fermo, che lo avrebbe ancorato a una vita normale, una vita come quella di tutti. Si era illuso che il calore delle sue mani, il respiro condiviso sotto le coperte, potesse bastare a fermarlo. Ma alla fine, ogni notte si ritrovava a guardare fuori dalla finestra, come sempre, a cercare il riflesso della luna sull’acqua, a sentire il vento che lo chiamava, a sentire il richiamo del mare che lo tirava a sé. Ogni volta che provava a restare, qualcosa dentro di lui lo spingeva indietro, come una marea inarrestabile.
Alla fine, come sempre, era tornato sulla riva del mare. L’unico posto che sembrava riuscire a dargli quella sensazione di sollievo, di pace. Il mare che lo accoglieva sempre, come un vecchio amico che non lo aveva mai tradito. Lì, il rumore del vento copriva quello dei suoi pensieri, come se l’acqua fosse l’unico linguaggio che conoscesse. Il mare gli parlava, gli dava sollievo, eppure… qualcosa stava cambiando. Quel richiamo che sentiva ormai non era più solo un rifugio, non era più solo un posto dove rifugiarsi. Era qualcosa di più. Era una destinazione. Una meta a cui non poteva più sfuggire.
estratto dal mio racconto Con il mare addosso che potete leggere qui.

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